E nelle colonie si guarda alle urne con paura

Molte famiglie temono di perdere la casa, come è già accaduto a Gaza. Come Sharon, anche Olmert vuole smantellare diversi insediamenti

Nostro inviato a Kiriat Arba

La lezione di Amona, l’insediamento dove sul finire di gennaio seimila poliziotti si schierarono contro una falange di coloni (e la battaglia per difendere nove palazzine, ovviamente persa dai coloni, finì con oltre 200 feriti) gli è rimasta confitta nel cuore. «Fratelli contro fratelli. Una scena che non dimenticheremo mai. Ma in futuro, chissà, forse sarà anche peggio». Gloria e Adriàn Feinstein, due coloni argentini che vivono nel quartiere più pericoloso di questo avamposto non lontano da Hebron, dove risiedono 160mila palestinesi, guardano alle elezioni odierne col cuore stretto dall’angoscia. La loro casa, una modesta villetta sfiorata sul retro dalla barriera metallica che separa l’insediamento dalla prateria degli «indiani», è una delle più esposte. «Ma c’è un buon sistema di telecamere a circuito chiuso e in un battibaleno, in caso di necessità, i soldati son qui. Però i parenti che abbiamo a Gerusalemme non vengono a trovarci mai. Hanno paura. Dicono che siamo estremisti, che siamo pazzi. Ma non è vero. Quando decidemmo di stabilirci qui, nel 1981, eravamo stati attratti essenzialmente dai bassi costi delle abitazioni. La nostra conversione verso posizioni religiose più ferme è posteriore».
Cinquantasei anni, barba fino al petto e pistola alla cintola, Adriàn è uno dei 250mila coloni sparsi fra i 120 insediamenti costruiti dagli israeliani nei Territori occupati. Lui lavora in una impresa di pulizie di Gerusalemme. Gloria, la moglie, è maestra. «Certe sere - racconta Gloria - ci guardiamo intorno. Guardiamo la nostra casa, i mobili, il parco giochi dei bambini qui accanto, i giardinetti dei vicini, e ci viene da piangere al pensiero che un giorno potremmo essere costretti ad abbandonare tutto».
Gloria e Adriàn sanno bene che queste elezioni saranno un virtuale referendum sul futuro dei territori occupati. Sanno che il leader di Kadima Ehud Olmert(come Sharon ha già fatto con Gaza) punta allo smantellamento delle colonie più lontane dal cuore di Israele per risolvere una volta per tutte il conflitto coi palestinesi. Sentono che il «muro» un giorno potrebbe tagliarli definitivamente fuori. «Purtroppo - sospirano - Israele è una provincia degli Stati Uniti. E se decideranno che dovremo andarcene, a Gerusalemme obbediranno».
Come la stragrande maggioranza dei loro vicini, i Feinstein voteranno per Mafdal. Uno di quei partiti religiosi che difendono a spada tratta le ragioni dei coloni. «I palestinesi non vogliono la pace - ribadiscono convinti -. Vogliono ributtarci a mare, cancellare la nostra presenza dal territorio. Non si accontenteranno di un po’ di terra». Loro resisteranno. «Vedremo chi la spunterà. Molti sono decisi a battersi fisicamente. Noi speriamo che non si arrivi a una guerra tra fratelli. In quel caso, non tireremo una sola pietra. Vorrà dire, semplicemente, che Israele avrà perso la sua prima guerra».