E nelle sale spunta il film contro Berlusconi

S’intitola «Shooting Silvio» («Sparando a Silvio»), è diretto da tale Berardo Carboni e interpretato anche da Marco Travaglio

da Roma

Bisognerebbe farla finita con la parola «caso». Una riprova? Oggi due eventi, legati al cinema e al suo modo di fare propaganda politica, sono contemporaneamente di scena in luoghi l’uno specchio dell’altro, in un diabolico rimando degli opposti (apparenti). Il tutto, proprio quando il Paese, coi soliti giochini gattopardeschi, tracolla sul proprio immobilismo.
Mentre, infatti, presso l’istituzionalissimo Palazzo Marini (dov’è la Camera dei deputati) si apprestano a disquisire sul tema «Cinema di propaganda» negli anni dal ’46 al ’75, quindi dalla ricostruzione postbellica al brigatismo incipiente, personaggi del calibro di Andreotti o di Rutelli (per tacere di Bertinotti) e figure note del nostro cinema, dai fratelli Taviani a Pupi Avati, alla veltroniana Casa del Cinema (l’unica altra, DomKino, è a Mosca) si parlerà di «SS». Non delle truppe nazi, ma di Shooting Silvio («Sparando a Silvio»), film scritto e girato da Berardo Carboni e interpretato dal giornalista Marco Travaglio e dagli attori Alessandro Haber e Remo Remotti, qui anche produttori, con Silvio Berlusconi dichiarato bersaglio estetico-ideologico.
Intanto, questo che «non è un documentario» della Cinedance, Casa produttrice di area no-global, nata «per i talenti indipendenti» e pronta a distribuire la pellicola «come se andasse in tournée teatrale» (parola della catanese Isabella Arnaud), ambisce a montare la panna (esce domenica al Lumière di Milano). Sperando in un caso-Caimano, laddove Nanni Moretti incarnava, lui stesso, il Cavaliere sul grande schermo, gli adepti del guerriglia marketing impallinano Silvio e centrano il proprio target. Siamo dalle parti del movimento antagonista: basta andare sul sito www.shootingsilvio.com, per scoprire, con la promozione del prodotto da odiatori professionisti, il «marketing virale»: acquistando una maglietta online, o giocando a vestire il bambolotto Silvio con la divisa di Hitler e gli stivali nazi, si contribuisce a finanziare questo thriller che, per carità, «non nasce dall’odio», dichiarano i furbetti del cinemercatino.
Insomma: se non c’erano i 140mila euro per produrre la storia di Kurtz, scrittore fallito che focalizza su Berlusconi tutta la sua rancorosa frustrazione, al punto di rapirlo per farlo fuori, gli attori hanno svolto il jeu de massacre «in partecipazione»: se «SS» incassa, Travaglio & Co. divideranno i proventi, fino a un cinquecentesimo dei diritti complessivi.
Le feste e la vendita di gadget, cioè la versione contemporanea delle Feste dell’Unità, con la spilletta anti-Silvio al posto della salsiccia romagnola, hanno raccolto circa il dieci per cento del budget. L’antiberlusconismo, dunque, tira ancora: dopo Annecy, Shooting Silvio andrà al Festival di Tiburon, in California. Però gli attori di «SS», intrappolati dell’estetizzazione della politica (Benjamin, a proposito, dice: è già fascismo) ricordano tanto Giacomo Furia, quando nei filmini di propaganda dc faceva Gnocco Allocco, il compagno credulone che scriveva sui muri slogan inneggianti alla pasta al sugo.