E nessuno tocca le Iri dei Comuni: un giro d’affari che vale 13 miliardi

da Roma

Troppo facile abbassare i costi fissi dei cellulari «quando non si mette mano alla palude delle aziende locali», ha osservato il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini all’assemblea nazionale dei Club liberal denunciando l’esistenza di «troppi sindaci che continuano a gestire tramite le aziende locali risorse che appartengono ai cittadini come se fossero di loro proprietà». Nel caso dei monopoli pubblici locali «nessuno interviene».
Nessuna «lenzuolata» in vista per smantellare o quantomeno limitare l’invadenza degli enti locali, un fenomeno già denunciato sotto il nome di «neosocialismo municipale» o «statalismo locale» da economisti, politici di tutti gli schieramenti e - soprattutto - da Confindustria. Un fenomeno che danneggia i cittadini tanto quanto l’esistenza delle corporazioni e dei cartelli che imbrigliano l’economia nazionale, come hanno spiegato l’Adam Smith Society, l’associazione Nexus e l’Istituto Bruno leoni in un vero e proprio censimento delle municipalizzate. Uno studio dove si quantifica il peso delle partecipazioni detenute dai comuni in 13 miliardi di euro, che hanno fruttato - dati del 2004 - dividendi per 600 milioni di euro.
I comuni, si spiega nel documento, generalmente esternalizzano società, magari in perdita come quelle del trasporto pubblico locale, e così «riescono a schivare i controlli amministrativi e godono di una maggiore libertà di manovra oltre che una maggiore discrezionalità che può essere esercitata per motivi clientelari, per esempio favorendo l’assunzione degli esponenti o elettori dei partiti di maggioranza». Ci sono poi ragioni finanziarie. Intestandosi le azioni delle ex municipalizzate (di solito gli enti locali e le regioni partecipano a società che gestiscono servizi come l’energia elettrica, l’acqua e il gas) i comuni si garantiscono «un flusso di capitale relativamente sicuro». Cioè i dividendi. A volte organizzano delle «privatizzazioni» che consistono nel cedere quote di minoranza del capitale e così facendo si garantiscono un ulteriore flusso straordinario di capitali senza rinunciare al controllo delle aziende. E a volte usano questo potere «per blindare i profitti delle società in questione, interferendo con le liberalizzazioni effettuate a livello nazionale ed europeo, come accade nel caso dei servizi e dell’energia». Se molti sindaci percorrono la strada dello statalismo locale è anche per non cedere pezzetti di potere. «La creazione di società di diritto private, controllate o possedute dai comuni, è una via d’uscita indolore dalla spinta liberalizzatrice degli anni Novanta». In questo modo «i vecchi equilibri di potere che spesso a livello locale sono indipendenti da quanto accade a livello nazionale vengono tutelati a dispetto dello spirito delle riforme».
Gli effetti di questo fenomeno non si limitano al danneggiare la crescita del privato. Impedire la concorrenza significa far alzare i costi per i cittadini e tenere bassa la qualità del servizio.
Le società dei comuni - spiega il paper dell’Istituto Bruno Leoni - sono «holding economicamente inefficienti» che spesso operano in settori «nei quali non esiste alcuna economia di scopo». Una «vera e propria tassa occulta a carico dei cittadini-contribuenti, oltre che di un aggiramento delle riforme introdotte a fatica per modernizzare il nostro Paese».