E New York rivive l’angoscia di quel terribile 11 settembre

Interrotta la normale programmazione delle Tv, controlli in tutte le stazioni, i camion per Manhattan obbligati a passare da un solo ponte, la metropoli sorvolata da elicotteri e jet militari

Silvia Kramar

da New York

«Le immagini degli attentati di Londra mi hanno immediatamente riportato all'11 settembre. All'orrore e all'agonia che mi avevano assalito, quel lontano mattino». A parlare, con voce velata di tristezza, è Lucio Caputo, presidente dell’Italian Wine and Food Institute di New York, che quattro anni fa si trovava al 78° piano di una delle Torri gemelle quando il primo aereo si schiantò nel grattacielo. Caputo, che era sceso a piedi, facendosi strada tra le urla e il panico, non ha dimenticato quei momenti. «Gli attacchi di Londra mi hanno profondamente scioccato, perché mi hanno fatto capire che, nonostante le precauzioni della sicurezza nazionale americana, nessuno può proteggere i mezzi pubblici da questo tipo di terrorismo. Il mio nuovo ufficio è nella Grand Central Station, la stazione dei treni di Manhattan. Sotto passa anche la metropolitana».
Una metropolitana che, da ieri all'alba, era pattugliata da migliaia di poliziotti con mitra e cani, in una città tornata in stato di assedio. L'atmosfera era quasi surreale: quattro milioni e mezzo di newyorchesi vanno al lavoro ogni giorno usando la subway e non c'era stazione, vagone o cestino dei rifiuti che non fossero ispezionati da poliziotti. Gli agenti, con i giubbotti antiproiettile, controllavano anche sotto i vagoni. Ma era il silenzio della gente, quella sua calma apparente, che ricordava ai newyorchesi che la loro città è ancora sotto attacco: psicologico, per ora. Ma il futuro cosa porterà? La Homeland Security ha alzato il livello di pericolo dal giallo all’arancione, cioè alto, su tutti i mezzi pubblici. «Ma siamo vulnerabili, possono colpirci quando vogliono», aggiunge Caputo.
Per tutto il giorno, ieri, non c'è stata Tv che non abbia interrotto le trasmissioni per mandare in onda notiziari e conferenze-stampa, come quella del governatore George Pataki che ha ricordato ai newyorchesi che la guerra al terrorismo non è finita. «Ed è una guerra che le nazioni civili devono vincere, a tutti i costi», ha detto. Ai newyorchesi Pataki ha chiesto di dimostrare ai terroristi che la città non si farà mettere in ginocchio dalla paura: «Prendete i mezzi pubblici, andate ai parchi, vivete come persone libere. Avete il miglior sistema di sicurezza al mondo e vi proteggeremo giorno e notte». Ma nel metrò, sui pullman e nei treni la gente si guardava ansiosa: bastava una sacca, una valigia, un volto da straniero per ricordare che ci sono obiettivi che possono essere colpiti in qualsiasi momento. Da ieri mattina i camion possono entrare a Manhattan solo attraversando uno dei ponti, il Manhattan Bridge, dove vengono ispezionati uno alla volta.
Mentre elicotteri e aerei militari sorvolavano le stazioni ferroviarie newyorchesi, tutte le maggiori città americane hanno risposto prontamente all'attacco di Londra. La metropolitana di Washington sembrava un teatro di guerra: militari e poliziotti pattugliavano ogni fermata. A San Francisco, il Bay Area Transit System ha ordinato di chiudere tutti i bagni pubblici, ad Atlanta i mezzi pubblici sono stati invasi dai poliziotti con le loro mitragliette e a Los Angeles è stato ordinato ai poliziotti di rimanere in servizio a tempo indeterminato, ben oltre il loro normale orario di lavoro.
La voce di Rudolph Giuliani è tornata a farsi sentire, ricordando ai newyorchesi le immagini di un sindaco col volto coperto da un fazzoletto, che si avvicinava coraggiosamente a Ground Zero. Giuliani era a Londra, ieri mattina, a pochi passi dalla stazione del metrò di Liverpool station. «Stavo facendo colazione quando abbiamo sentito il primo scoppio. Quando abbiamo capito che si trattava di un attentato, ho rivissuto la tragedia newyorchese. Ma i londinesi mi hanno ispirato fiducia: la calma con cui hanno reagito alla tragedia, il coraggio di questa città, mi hanno fatto capire che i terroristi non riusciranno mai a paralizzarci di paura».
Cheryl McGuinness è la vedova di Tom, il copilota del volo 11 della American Airline, il primo a schiantarsi sui grattacieli gemelli. Al Giornale ha detto: «Sto rivivendo l'11 settembre, mi sento morire; mi sento così vicina alle famiglie delle vittime londinesi. Questo attentato, come quello in cui morì mio marito, sono attacchi all'umanità». Non si tratta di musulmani che attaccano New York o Londra, ma del gesto folle di un gruppo di persone malate. Di gruppi terroristici per cui la convenzione di Ginevra non ha alcun significato. Gli inglesi non dimenticheranno mai questo 7 luglio, così come noi vivremo, per sempre, nell'ombra dell'11 settembre».
La McGuinness ha scritto un libro di speranza, Beauty beyond ashes. «Ci sarà bellezza anche dietro alle ceneri di Londra», ha promesso la vedova, che aggiunge: «Voglio dire alle famiglie delle vittime inglesi di non pensare solo a quello che hanno perso, ma di cercare rifugio nel Signore e di pensare a quello che dovranno fare per fermare il terrorismo».