«E noi restiamo un po’ orfani»

Si spopola Genova. Ci sono poche nascite, si sa. La borghesia fa pochi figli e i pochi i più delle volte vanno via. I luoghi dell'aggregazione si sfaldano. Cosa veramente sta accadendo? La risposta sta tutta all'interno di una scuola disabitata che sembra avvolta da una allucinazione: classi che scendono le scale, vociare di bambini che rimbomba negli androni, passi trasparenti che si inseguono all'impazzata. Il vuoto sprigiona immagini e suoni indelebili come la cassa armonica di un pianoforte abbandonato che non sa tacere e qualcosa di grave e greve si agita in noi, come una nave distesa in fondo al mare che non riposa stracolma di marinai spettrali che lavorano in coperta. Ricordo la mia scuola, il Piccardo, già chiusa da tempo, e i miei compagni: il figlio di Fossati e la Camilla Calcagno che veniva accompagnata dal padre che più volte l'anno portava dalle vette dalle sue montagne avventure e documentari a noi ragazzi ammirati e impauriti. Sono tante le generazioni che portarono con se’ la matrice di quella formazione: cattolica acritica o critica e di parte, o accondiscendente nella vita? Dipende. Ma per tutti gli alunni di qualsiasi scuola, la cancellazione delle proprie origini formative è un po' come rimanere orfani. Il luogo del proprio affacciarsi sul mondo che diviene un non luogo è l'antitesi stessa di un pensiero di matrice umanistica: più che una grande domanda, una cocente sconfitta.