E a Novara si brinda all’incasso

Per il gruppo guidato da Drago guadagno di 1,5 miliardi

da Milano

In tre anni o giù di lì un guadagno di 1,5 miliardi. Per la De Agostini la vendita della Toro è un’altra operazione di quelle che non si dimenticano. Non proprio come la vendita di Seat, che tra il 1997 e il 2000 consentì alla cordata di cui il gruppo faceva parte, di moltiplicare per 28 volte l’investimento, ma quasi. Le condizioni peraltro sono molto diverse: allora erano tempi di scorrerie finanziarie e new economy, fare i soldi alla svelta non sembrava poi così difficile. Molto più complicato è fare molti soldi oggi, per di più in un business tradizionale come quello assicurativo.
Nel maggio 2003 De Agostini rilevò il 100% della Toro per 2,4 miliardi. Da lì in poi la società oggi guidata da Marco Drago e Lorenzo Pelliccioli non ha fatto altro che incassare: 800 milioni in dividendi, 700 per le quote (il 35%) collocate in Piazza Affari. Ora il 55,5% della compagnia passa di mano per 2,1 miliardi. Se poi la quota venduta da De Agostini a Generali passerà al 65,5%, possibilità prevista dagli accordi, in cassa entreranno altri 385 milioni. In tutto, come detto, 1,5 miliardi al netto di quanto versato nel maggio 2003.
Una somma rilevante con cui il gruppo potrà finanziare qualsiasi nuova diversificazione decida di avviare. Con il nuovo incasso infatti De Agostini si è ormai abbondantemente ripagata l’espansione sui mercati internazionali di un’altra delle controllate, Lottomatica. Per l’acquisizione dell’americana Gtech il gruppo di Drago e Pelliccioli si era impegnato a sottoscrivere un aumento di capitale che peserà sui suoi conti per 800 milioni e che sarà perfezionato a cavallo dell’estate. Anche sottratti gli 800 milioni dai 2,4 incassati per Toro, alla ripresa autunnale la società avrà a disposizione un «tesoretto» liquido di 1,6/1,7 miliardi, tenendo conto che la posizione finanziaria della holding De Agostini Spa al 31 dicembre era già, se pure di poco, positiva. Il tutto, naturalmente, senza tenere conto del possibile utilizzo della leva finanziaria. Che con un patrimonio di oltre 2 miliardi a livello di holding consentirebbe amplissimi spazi di manovra. Quale nuova strada imboccherà dunque il gruppo novarese? Le voci su un ingresso in Rcs e su un rafforzamento nel settore media in Italia sono state negli ultimi mesi puntualmente smentite. E la coppia Drago-Pelliccioli sembra avere la caratteristica dell’imprevedibilità. Per il momento l’unica cosa certa è che Drago ha deciso di mettere ordine ai piani alti con la creazione di una società in accomandita che dovrebbe garantire l’unitarietà di una gestione in cui sono già coinvolti una quarantina di azionisti delle famiglie Boroli-Drago\