E del Novecento resteranno soltanto i versi, non i romanzi

Q uando il tempo passerà al setaccio la letteratura italiana del Novecento, si scoprirà che di romanzi davvero importati e decisivi ne restano pochissimi, e che, a dispetto dell’attuale oblio in cui è sepolta, è la poesia a contare, a segnare i momenti maggiori di rinnovamento linguistico e culturale nel nostro Paese. Si pensi alla ricchezza dei primi anni del secolo scorso: D’Annunzio occupava tutta la scena non solo letteraria, ma anche politica e mediatica. Ed ecco come per reazione i nuovi linguaggi anti-umanistici della tecnica e della velocità tipici del Futurismo, ecco l’ironia narrativa e riflessiva di Gozzano, il gioco supremamente agile di Palazzeschi, la visionarietà drammatica di Campana, il mormorio esistenziale di Sbarbaro. E poi Ungaretti e Montale, i giganti che hanno dotato l’Italia del Novecento di un linguaggio capace di una straordinaria irradiazione. Mi è capitato di sentire recitare a memoria Ungaretti in Colombia, in Francia, in Turchia, messaggero di una lingua dal nocciolo spirituale fortissimo, una vera lingua dell’anima in cerca di se stessa tra le macerie del Novecento. Montale preferì a un certo punto della sua attività cambiare linguaggio e sostituire la sua aspra metafisica emblematica con parodia e ironia ad altissimo grado di sapienza e di critica dell’esistente. Al loro confronto persino Svevo (scoperto da Montale, tra l’altro) e Gadda, per non dire di Moravia o di Vittorini, hanno meno energia, meno durata, meno risonanza. Per capire la ricchezza di toni, stili, visioni della poesia novecentesca si pensi poi a Saba, a Cardarelli, a Penna, a Quasimodo, a Pavese (che forse come poeta dà il meglio), e poi a Sereni, Bertolucci, Caproni, Pasolini, Zanzotto e Luzi su tutti, che ha scritto capolavori sino all’ultimo. Mi spiace per la congenita esterofilia italica, ma pochi Paesi al mondo hanno una ricchezza eguale. Anche ora il fenomeno è evidente: il romanzo oggi in genere non ha più niente a che fare con la letteratura ed è di una assoluta irrilevanza linguistica. La poesia resiste e continua a sfidare il linguaggio e cercare attraverso di esso nuove dimensioni dell’essere, come avviene, in forme molto diverse, tra i poeti ormai affermati della mia generazione. Ed è proprio per questa ricerca interna agli abissi del linguaggio e del senso che la poesia è diversa dai testi anche gradevolissimi delle canzoni, come cercai una sera lontana di spiegare a un imbronciato Gino Paoli. Anche tra poeti più giovani si può cogliere un soffio di vitalità linguistica ed etica che non si trova nel romanzo di oggi: mi vengono in mente con i loro ultimi libri Davide Rondoni, il suo cattolicesimo sanguigno, Antonio Riccardi, che coniuga nuovi modi della poesia d’amore, Alba Donati, dall’impegno ribelle, Claudio Damiani, con il suo classicismo tra Orazio e Li Po. Tra i giovanissimi, ci sono ragazzi e ragazze che esordiscono con una furia esistenziale di sfida stilistica e simbolica che mi fa ben sperare circa il futuro della grande dimenticata: Silvia Avallone, Guglielmo Aprile, ecco nomi su cui io scommetto.