E oggi il Consiglio dei ministri prova a cancellare la figuraccia

Nella Finanziaria verrà introdotto in extremis un decreto per modificare la sanatoria sui reati contabili. L’Italia dei Valori chiede anche una norma contro i costi della politica

da Roma

Non si può tirare il sasso e poi pretendere che l’acqua rimanga ferma, avverte il ministro Antonio Di Pietro. Ancora convinto, come pochi, che «quella benedetta manina dobbiamo trovarla». La «manina» è quella riuscita a infilare nel maxiemendamento alla Finanziaria il comma 1346, che ha introdotto nuove modalità di calcolo per le prescrizioni dei reati amministrativi, capaci di mandare a monte una miriade di processi della Corte dei conti a carico degli amministratori pubblici, con relativo enorme danno per l’erario. Ma se la norma sarà cancellata per decreto, il danno politico del cosiddetto «emendamento Fuda» (lui ora ne disconosce la paternità) è fatto, e il colpo di spugna sul colpo di spugna rischia soltanto di tradursi in un colpo di spugna al quadrato. Sulla credibilità del governo.
È per questo che i dipietristi vorrebbero inserire nel decreto previsto per cancellare l’indulto-bis alcune norme per il contenimento dei costi della politica. Ma difficilmente la proposta passerà, nel Consiglio dei ministri convocato per oggi alle 16. Assieme al provvedimento, sarà invece varato un decreto «mille-proroghe» nel quale inserire un altro aggiustamento alla Finanziaria: la correzione dell’errore materiale che mantiene indiscriminati incentivi all’energia prodotta da fonti rinnovabili (i Cip6).
Quello sul «colpo di spugna» è un provvedimento più che mai dettato da «necessità e urgenza», perché basta che per un solo minuto entri in vigore la norma infilata in Finanziaria e tanti reati di pubblici amministratori saranno prescritti e i diritti acquisiti. «I danni, la Corte dei conti, dovrebbe mandarli a Prodi», ironizza il leghista Calderoli. Ma il premier ieri ha tenuto a prendere le distanze. «È chiaro che noi abbiamo una politica diversa rispetto a quanto è contenuto nella norma», ha detto Prodi, sconfessando l’operato dei senatori ulivisti colpevoli del pasticcio. Una politica diversa, ha voluto specificare il premier, fondata sulla «responsabilità di fronte al Paese di chi deve amministrare la cosa pubblica, una responsabilità aperta, chiara e trasparente...».
L’esatto contrario di quanto era accaduto nelle ultime travagliatissime ore del passaggio della Finanziaria in Senato. Con stracci volati poi, ad approvazione conclusa, all’interno del gruppo dell’Ulivo al Senato e, soprattutto, dentro la Margherita. Gran parte dell’ultimo ufficio di presidenza del partito di Rutelli, tenutosi la scorsa settimana, è stato dedicato alla disamina degli articoli de il Giornale e la Stampa che ricostruivano la vicenda. Con relativa caccia alle «talpe» e intemerata del vicepresidente del gruppo, il rutelliano Luigi Zanda, contro il collega Roberto Manzione. Colpevole, secondo Zanda, di aver sollevato la vicenda assieme al ds Cesare Salvi e di aver apertamente indicato in Zanda come uno dei protagonisti della vicenda.
In effetti, prima che si arrivasse al maxiemendamento, al termine dei lavori della commissione Bilancio del Senato, non erano stati pochi i testimoni di un brusco passaggio di consegne. Di quando, cioè, lo stesso Zanda aveva aspramente rimproverato il senatore indicato dalla Margherita per coordinare gli emendamenti, Luigi Lusi, e avocato a sé la «pratica». Lusi aveva dovuto subire lo smacco in pubblico e reprimere in lacrime di rabbia la delusione cocente.
All’indomani di quel passaggio di consegne, nella «cabina di regia» di lunedì 11 dicembre, il governo con il sottosegretario Grandi aveva espresso parere negativo e accantonato l’emendamento proposto da Fuda, Zanda e altri. In serata, Zanda ne aveva informato la presidente del gruppo, Anna Finocchiaro, e il primo firmatario, Pietro Fuda. La mattina dopo alle 8, secondo la tesi di Manzione avvalorata da alcuni testimoni, Fuda e Zanda si sarebbero visti in Senato per decidere il da farsi. Incontro smentito da Fuda. È stato in questo lasso di tempo, nella nottata di martedì 12, che il foglietto con l’emendamento in formato ridotto (all’inizio i commi erano quattro) sarebbe finito nella cartellina del «maxi». Cartellina che funzionari esecutivi avevano successivamente trasferito su «file» e portato al Ministero del Tesoro mercoledì pomeriggio per il rush finale (cui avevano partecipato i sottosegretari Sartor e D’Andrea, il direttore del ministero, De Ioanna, e il relatore Morgando). Ma a quel punto la manina aveva già colpito, e il comma era già dentro. Alla faccia della trasparenza.