E «in onda» va nostalgia canaglia

Due libri autocelebrativi per ricordare i trent’anni di Radio Popolare, la storica emittente milanese di estrema sinistra «che libera la mente»

Il declino sfocia nelle celebrazioni. A Milano è così in corso, fra le altre, un’operazione-nostalgia su Radio Popolare (Rp), secessione da Radio Milano Centrale, la stazione che aveva ispirato a Eugenio Finardi: «Quando una radio è libera / ma libera veramente / è libera perché libera la mente... ».
Classe 1976, promossa da gruppo eterogeneo di estrema sinistra anti-Pci, Rp ha segnato un’epoca. Due libri ora ne evocano il percorso: Vedi alla voce: Radio Popolare, a cura di Sergio Ferrentino, Luca Gattuso e Tiziano Bonini (Garzanti, pagg. 532, euro 25); Ma libera veramente: trent’anni di Radio Popolare, a cura di Danilo De Biasio (Kowalski, pagg. 208, euro 17).
Non c’è distacco nelle due raccolte di testi. I curatori sono o sono stati animatori di Rp e interpellano altri animatori o devoti sostenitori. Così non si ricorda quasi mai dall’alto, ma quasi sempre dal basso. Livello zoccolo.
Lo fa Paolo Hutter. Evocando la trasmissione sua e di Stefano Segre del 7 gennaio 1978, in occasione dell’assassinio a Roma di «due ragazzi fascisti», descrive così una telefonata diffusa in diretta: «L’interlocutore, che inizia a parlare dichiarandosi fascista, in pratica chiama col cuore in mano e dice: “Basta! Ci stiamo scannando tra noi, in fondo siamo tutti contro il sistema”».
Hutter colse all’istante - quanti l’avrebbero fatto? - la svolta di quell’appello. Ma non lo rivendica, vi ricorre per un aneddoto di vita quotidiana a Rp. Indignata per il microfono aperto anche ai fascisti, il giorno dopo, in una riunione di redazione, una collega scagliava contro di lui appunto uno zoccolo.
Questo ventinove anni va. Ma oggi non sarebbe meglio approfondire perché Rp - non un’altra radio - fosse chiamata per la proposta d’armistizio dell’ascoltatore? Basterebbe a giustificare l’uscita dalla cronaca e l’ingresso nella storia di un’emittente.
Era l’inizio di un comune sentire e la fine di un settario agire, che oggi affiora, per esempio, nel rimpianto per il cambio di rotta sociale, se non politica, di Rp (come di altre testate politiche che in Italia hanno significato qualcosa). «Credo - scrive Erica Arosio, che conduceva su Rp un programma di cinema - che il successo dell'Anteo sia dovuto in gran parte anche allo spazio e all’idea di cinema scaturita dalla radio e dalla nostra trasmissione, ahimè cancellata quando è venuta di moda la superficialità: buttare allo sbaraglio chi non ne sapeva niente \ perché sembrava più divertente fare gli spettatori comuni smarriti, aggressivi e anche un po’ cafoni. E raccontarlo nel modo più sgangherato possibile in diretta. Peccato: Il Grande Fratello e i reality sono figli anche di questa logica». Morale: l’epoca dell’estremismo aveva gravi difetti (si veniva uccisi per strada), ma lasciava spazi a chi fosse disposto a tenere alte le proprie idee; l’epoca del moderatismo ha ottime qualità (per strada si muore solo se investiti), ma lascia spazi solo alla massa anonima. Chi anonimo non ha voluto tornare, dopo Rp, ha avuto un posto alla Rai, a Mediaset, alla Mondadori, alla Rusconi... Ce l’ha perché era a Rp? Ma anche perché era bravo.