E ora Donna Marella scomunica la figlia «Tradisce l’Avvocato»

da Milano

«L’accordo del 2004 comprendeva una rinuncia alla successione di una persona in vita, ovvero Donna Marella Caracciolo, che per il diritto italiano è un patto successorio nullo». È la precisazione diffusa ieri da Girolamo Abbatescianni, legale di Margherita Agnelli de Pahlen, a proposito della querelle sull’eredità di Gianni Agnelli. A riaccendere la miccia sulla vicenda è stata una lettera di Donna Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, al settimanale tedesco Focus e la replica della figlia Margherita, seguita dagli interventi dei due uomini di fiducia di Agnelli, Gianluigi Gabetti («farò valere le mie ragioni nella sede giudiziaria che la signora de Pahlen ha scelto, per dimostrare la totale infondatezza dell’azione contro di me proposta») e Franzo Grande Stevens («dinanzi al Tribunale di Torino le parti faranno valere le rispettive ragioni»).
A uscire per la prima volta allo scoperto - dopo che a prendere le distanze dall’azione legale erano state nei mesi scorsi le zie Maria Sole, Susanna, Cristiana e Clara - è stata la vedova dell’Avvocato e madre di Margherita, che ha risposto alle affermazioni della figlia, riportate sempre da Focus, accusandola di tradire la volontà del padre e di non aver detto la verità sulle condizioni in base alle quali è uscita dall’eredità della Fiat (alla donna sarebbero andati 109 milioni, oltre a immobili per altri 40 milioni). E a proposito del rimprovero fatto dalla figlia, secondo cui in Italia verrebbero considerati come veri Agnelli solo i tre nati dal suo primo matrimonio, cioè John, Lapo e Ginevra Elkann (rispetto agli altri cinque di secondo letto, ndr), Marella ha replicato che il diritto a godere della considerazione di essere un discendente Agnelli non è ereditario, ma bisogna guadagnarselo personalmente. «Non riconosco mia madre in queste parole - ha reagito Margherita -, io ho sempre agito secondo gli insegnamenti di mio padre». La stessa ha quindi puntato di nuovo il dito contro i custodi del patrimonio di famiglia, Gabetti (presidente dell’Ifil e dell’Accomandita) e Grande Stevens (il legale dell’Avvocato), ai quali chiede «trasparenza sull’operato».
A innescare la discussione, come detto, era stata proprio la madre di John Elkann (erede dell’impero Fiat, di cui è vicepresidente nonché numero uno della cassaforte Ifi), tornata la scorsa settimana a chiedere che il «lodo ereditario» venisse chiarito. Chiamata in causa, Donna Marella ha deciso di rompere il silenzio e di inviare una lettera alla stessa testata tedesca, spiegando che in quella pubblicazione erano state dette «numerose falsità, che aggiungono amarezza in una vicenda per me triste e dolorosa». Al tempo stesso la moglie dell’Avvocato ha precisato di non essere «associata» con Margherita nell’azione legale intentata al Tribunale civile di Torino a fine maggio. «Accusare ora i più fedeli collaboratori di mio marito, che non hanno avuto parte alcuna in questa vicenda - ha spiegato nella missiva -, è un gesto di ingratitudine che offende la rispettabilità di chi ha sempre operato, e tuttora opera, nell’interesse del gruppo. Ma non solo: è un atto che tradisce la volontà di Gianni Agnelli». In particolare, Donna Marella è tornata a porre l’accento sull’accordo del 2004, «siglato in piena trasparenza sulla base di informazioni trasmesse ai numerosi consulenti che mia figlia nominò», e che portò all’uscita di Margherita dal gruppo. Uno sfogo, quello della vedova Agnelli, che ha subito innescato la risposta dell’unica figlia vivente dell’Avvocato (l’altro figlio Edoardo è morto nel 2000) che, parlando con l’Ansa, ha detto: «È triste che il dottor Gabetti e l’avvocato Grande Stevens non siano capaci di parlare in prima persona, visto che è precisamente a loro che chiedo chiarezza e trasparenza sul loro operato e non su quello di mia madre».
Margherita ha poi precisato che l’inclusione di Marella nella lista dei convenuti è da ricollegarsi «esclusivamente a tecnicismi legali». Infine, condividendo l’invito della madre a ristabilire un clima sereno, ha aggiunto: «Se veramente avessi avuto nel 2004, in occasione della divisione, tutte le informazioni sul patrimonio di mio padre, i gestori non avrebbero avuto difficoltà a darmi nuovamente oggi le stesse informazioni dell’epoca». La parola passa al Tribunale di Torino.