E ora il leader Bersani sente aria di siluramento

Il segretario convinto che nel Pd vogliano usare il caso Penati per sbarrargli la corsa a Palazzo Chigi

Nell’entourage di Bersani qualcuno ha cominciato a pensare che sia in atto una strategia giudiziaria per azzoppare il segretario e buttarlo fuori dalla corsa per palazzo Chigi. A preoccupare non sono le procure - che, almeno ufficialmente, restano intoccabili - ma la campagna mediatica e, soprattutto, le reazioni interne al partito che quella campagna va suscitando. In altre parole, il segretario del Pd sospetta che i suoi avversari interni siano intenzionati a usare il «caso Penati» come un’arma contundente per farlo fuori.

Per ora, a parte Matteo Renzi, fra i leader e i capicorrente del Pd sembra prevalere un prudente attendismo, in attesa dei risultati della Commissione di garanzia che, sotto la presidenza di Luigi Berlinguer, la prossima settimana pronuncerà il suo verdetto. L’opinione prevalente è che sarà un verdetto di condanna, e che l’ex braccio destro di Bersani sarà espulso.

Ma la strada del capro espiatorio - via Penati, e via con lui tutti i dubbi e gli interrogativi che circondano l’inchiesta che lo riguarda - ancorché di qualche efficacia sul piano della propaganda, rischia di aprire più problemi di quanti ne risolva. Da un lato, infatti, non risponde all’interrogativo di fondo (esistono nel Pd aree di finanziamento illecito?), mentre dall’altro dà per scontata una colpevolezza che, Costituzione alla mano, è tutta da dimostrare. Cedendo insomma alla pressione giustizialista - al Nazareno preoccupa la campagna del Fatto assai più di quella del Corriere, che un dalemiano di lungo corso imputa alla solita idiosincrasia dei poteri forti per il primato della politica - il Pd commette un doppio, paradossale errore: si dichiara colpevole condannando un presunto innocente, e simultaneamente se ne lava le mani.

È su quest’ambiguità che gli avversari del segretario affilano le armi, convinti che la linea scelta da Bersani non chiuda affatto il caso. «Non ho motivi per mettere in discussione la buona fede di Bersani - ha detto Renzi - però c’è molta apprensione nel quartier generale, la questione è umorale oltre che morale. Si aspetta che passi la nottata e non si capisce che c’è un’opportunità»: quella, spiega il sindaco di Firenze, di un radicale alleggerimento della politica, dei suoi costi e della sua presenza invasiva.
Già, perché il caso Penati non investe soltanto il fronte giudiziario, mettendo a nudo tutte le ambiguità di un partito che si è progressivamente intossicato di giustizialismo, ma anche l’idea di gestione della cosa pubblica: dietro la retorica anticasta e le solenni promesse di dimezzare il numero dei parlamentari, c’è un problema più di fondo, che riguarda l’abnormità della presenza politica in tutti i gangli della società e dell’economia.

Insieme all’adesione allo sciopero generale della Cgil, il caso Penati sembra dunque un detonatore destinato a rimescolare profondamente le carte. E, come sempre quando si parla di crisi del Pd, in gioco è l’esistenza stessa del partito. L’ambiguità di fondo della linea seguita fin qui da Bersani - corteggiare Casini senza rompere con Di Pietro e Vendola - sembra mostrare oggi tutti i suoi limiti strategici. Soprattutto, a Bersani viene rimproverato di sottovalutare le novità in corso nel centrodestra: un ritiro di Berlusconi provocherebbe un terremoto di dimensioni imprevedibili, e il Pd è del tutto impreparato ad affrontarlo perché continua a giocare sempre la stessa partita.

Da Veltroni ad Enrico Letta, da Fioroni allo stesso Prodi, sono molti i perplessi e gli inquieti. È su questo paesaggio in movimento che potrebbe piombare il ciclone Renzi. L’ex rottamatore oggi diventato adulto potrebbe decidere presto di rompere gli indugi e diventare il candidato di riferimento di tutte le anime del Pd che nel partito si sentono strette. Ma il sindaco di Firenze, a quanto è dato sapere, ha un’ambizione più vasta, e soprattutto non desidera affatto farsi intrappolare nei giochi di corrente di un partito che considera ormai moribondo. L’orizzonte di Renzi, se così si può dire, è oltre il Pd: e oltre il Pd cominciano a guardare anche molti fra gli inquieti e i perplessi del Nazareno.