E ora Mosca teme che le atomiche finiscano in mano ai ribelli ceceni

L’instabilità di Islamabad favorisce gli ultrà islamici, stretti alleati dei separatisti caucasici

Mentre la comunità internazionale, al di là delle dichiarazioni formali, si augura che il giro di vite imposto dal presidente Musharraf per riportare il Paese a una sia pur precaria stabilità abbia successo, aumentano le preoccupazioni su chi ha ed avrà il controllo del pulsante nucleare, ma anche dei depositi dove sono custodite bombe e missili e sulle relative tecnologie.
Su questo si innesta il gioco politico: basta pensare alle dichiarazioni che arrivano dalla Russia. Il generale Viktor Iesin, ex capo di Stato maggiore delle forze missilistiche strategiche di Mosca, lancia un forte allarme sul rischio che le atomiche islamiche pachistane finiscano nelle mani sbagliate. Pensando prima di tutto ai separatisti ceceni, da sempre legati a talebani e Al Qaida.
E simultaneamente solleva la questione sulla gestione della crisi, suggerendo naturalmente un maggiore coinvolgimento non tanto dell’Onu, quanto delle altre potenze mondiali, ovvero Russia e Cina, mentre non sarebbe opportuno lasciare che Washington gestisse la crisi come se si trattasse di una questione di propria esclusiva competenza. Altre dichiarazioni evidenziano la minaccia rappresentata per le comunità internazionali dalle atomiche pachistane qualora una fazione delle Forze armate o dei servizi di sicurezza pachistani legata al fondamentalismo islamico si impadronisca delle armi. Ne basta una sola.
Si fa inoltre notare come la questione delle bombe pachistane sia stata sottovalutata solo perché il Pakistan è un prezioso alleato degli Stati Uniti, mentre in effetti gli ordigni di Musharraf sono ben più destabilizzanti delle ipotetiche, future bombe nucleari iraniane.
Normali schermaglie diplomatiche, ma i timori sulla sorte delle atomiche di Islamabad sono condivisi a ogni latitudine e i servizi di sicurezza di mezzo mondo stanno monitorando con la massima attenzione qualunque movimento o variazione della routine delle forze di sicurezza che difendono il complesso militare-industriale nucleare. Gli Usa in particolare utilizzano le speciali relazioni militari e di intelligence con il Pakistan per seguire istante per istante la situazione. Per ora dall’alleato arrivano rassicurazioni, ma è anche vero che neanche gli Usa sanno veramente quale sia la situazione reale.
Gli specialisti del settore comunque non temono realmente un attentato terroristico o un ammutinamento di qualche gruppo di militari infedeli, quanto il contrabbando di componenti per le bombe, in particolare l’uranio arricchito o ancora la proliferazione di tecnologie.
Il know how relativo alle bombe ed ai potenti missili balistici pachistani (per molti aspetti superiori a quelli indiani) è infatti ambitissimo. Più che il ratto delle bombe si teme dunque la fuga dei cervelli e delle informazioni.
Ricordando i disastri provocati a suo tempo dalle pratiche disinvolte dello scienziato Abdul Qadeer Khan, padre della bomba pachistana, un personaggio che Musharraf ha fatto sparire, guardandosi bene però dal consegnarlo agli Usa.
E l’occasione più propizia per far prendere il volo ai segreti delle armi di distruzione di massa pachistane è proprio quella provocata dalla instabilità interna.