E ora nel Pd tutti vogliono «respingere» Franceschini

RomaImmigrazione e sicurezza sono temi sensibili, e possono diventare terreni facilmente scivolosi in campagna elettorale. Per questo Dario Franceschini, che pure si è fatto un punto di incassare con eleganze le critiche, non ha apprezzato per nulla i distinguo di alti esponenti del Pd dalla sua linea duramente anti-governativa sulla questione dei rimpatri forzati di clandestini.
Nel giro di due giorni prima Piero Fassino, poi Francesco Rutelli e Luciano Violante hanno preso le distanze dalla sua condanna senza appello della scelta governativa di «trasformare i barconi di disperati in uno spot elettorale», come denuncia il segretario del Pd. Soprattutto da Fassino, che in questa fase è un suo stretto alleato dentro il Pd, Franceschini non se la aspettava. E invece, l’ex segretario dei Ds - prima in una trasmissione radiofonica e poi sul Corriere radiofonica e poi sul Corriere della Sera - ha difeso la «legittimità» dei rimpatri, che «fanno parte degli strumenti con cui ogni Paese contrasta la clandestinità». Anche quelli governati dal centrosinistra, ha sottolineato. Ieri ci si è messo anche Rutelli, invitando a «respingere senza ipocrisie l’immigrazione clandestina»; mentre Luciano Violante chiede alle «parti più responsabili di maggioranza e opposizione di affrontare insieme» il problema. Respingere i barconi «non è giusto, ma è legale», nota.
Franceschini si dice «pronto a collaborare» col governo nella lotta all’immigrazione clandestina, ma tiene ferma la condanna dei respingimenti: «Valgono le parole della Cei e dell’Onu». È in campagna elettorale, il leader del Pd, e il suo primo obiettivo è quello di «tenere i nostri voti», soprattutto a sinistra. Dunque la linea è semplice: ribadire che quello al Pd è «l’unico voto utile» e non farne passare una al governo. E stavolta che, sui barconi rimandati in Libia, «anche i vescovi e l’Onu dicono attaccano il centrodestra e dicono quel che diciamo noi» non si capisce perché dividersi. «Ogni volta che si rompe il fronte interno, tanto più in un momento di scontro e di campagna elettorale, si crea un problema al partito», riconosce Giorgio Tonini, sostenitore del segretario. Anche perché la sinistra ha subito cominciato a martellare contro il Pd «diviso» e tentato dalla linea di destra. Ma il nordico Fassino è convinto che «non si possa regalare il tema sicurezza alla destra», e si è sentito in dovere di correggere un po’ il tiro. Irritando Franceschini, i cui supporter (Sassoli in testa) hanno organizzato ieri anche una fiaccolata di protesta contro i rimpatri. Alla quale né Rutelli né Fassino hanno partecipato. Rutelli poi attacca duramente anche sul referendum, contestando la scelta del segretario per il «sì»: una scelta, fa capire, presa perché si era convinti che Berlusconi non si sarebbe mai schierato allo stesso modo: «Sono stato l’unico a prevederlo», nel vertice dove venne presa la decisione. Franceschini è convinto che il quorum non ci sarà, e dunque la polemica si spegnerà. Ma intanto è incalzato da ogni parte (da D’Alema a Chiti a Di Pietro a Parisi) perché prenda una posizione chiara sulla legge elettorale che il Pd sostiene, nel caso il referendum passasse. Rutelli e Chiti, assieme all’Udc (e d’accordo D’Alema) propongono l’abolizione del premio di maggioranza e il proporzionale «corretto». I veltroniani raccolgono adesioni per il ritorno ai collegi uninominali del Mattarellum. Di Pietro sposa l’iniziativa per mettere in difficoltà il Pd: «Franceschini batta un colpo, se non vuole consegnare l’Italia a Berlusconi».