«E ora pensiamo alla crescita» La patrimoniale? Uno sbaglio»

«Bene l’apertura verso l’opposizione, positivo il passaggio sulla valutazione della crisi, ma forse i mercati si aspettavano qualcosa di più concreto sulle misure a favore della crescita, che potrebbero però essere al centro dell’incontro di domani (oggi, ndr) con le parti sociali». Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, ha seguito con attenzione professionale il discorso di Silvio Berlusconi alla Camera, in attesa del “verdetto“ di oggi degli investitori.
La questione dello sviluppo economico è dunque più centrale rispetto al nodo del debito?
«Tanto più forte sarà la crescita, tanto meno sarà necessario fare correzioni fiscali. I mercati ricordano bene quanto avvenne qualche anno fa grazie a una politica dei redditi in cui da una parte c’era moderazione salariale e dall’altra impegni a fare investimenti e a defiscalizzarli. Ciò che preoccupa è la bassa capacità di espansione economica, e questo mette in crisi il discorso della sostenibilità del debito».
Eppure, c’è chi riconduce le tensioni sui nostri mercati a una manovra finanziaria giudicata poco incisiva...
«L’opposizione non ha molte argomentazioni per affermare che la manovra è debole perché rinvia tutto al 2013 e al 2014. Siamo l’unico Paese ad avere un avanzo primario, non va dimenticato. Berlusconi ha fatto bene a non proporre di anticipare con ulteriori correzioni il pareggio di bilancio dal 2014 a quest’anno, o al prossimo. Il mercato non chiede ora una correzione dei conti: ammazzerebbe ancor di più la crescita. Occorrono provvedimenti per sviluppo, occupazione e un quadro di certezze per gli imprenditori».
Una patrimoniale allora non servirebbe?
«È un provvedimento da ultima spiaggia, soprattutto se è destinato a correggere il deficit. E andrebbe a colpire una delle più grandi risorse italiane, il risparmio».
L’Italia cresce poco da almeno un decennio. Perché questo nodo si è improvvisamente aggrovigliato?
«La crisi di Grecia, Irlanda e Portogallo ha alzato l’avversione al rischio degli investitori, e in più l’Europa si sta imponendo regole per ridurre il debito-Pil al 60% in 20 anni. E con questi tassi di crescita, le correzioni fiscali dovranno essere molto elevate».
Non c’è una contraddizione tra l’esigenza di stimolare l’economia e questo tirar di cinghia sui conti pubblici?
«Certo, c’è un’asimmetria: da un lato regole ferree, dall’altro semplici auspici senza nessuna sanzione se i Paesi non agiscono per aumentare la competitività o la produttività».
Il presidente Ue Barroso ha detto che andranno al più presto rese operative le decisioni del summit del 21 luglio. È d’accordo?
«Barroso ha ragione. Non sappiamo quando quel piano verrà implementato, soprattutto nei due aspetti più rilevanti, cioè la possibilità di finanziare il fondo salva-Stati e di poter intervenire sul mercato dei titoli pubblici in presenza di situazioni di emergenza».
È possibile che domani (oggi per chi legge, ndr) la Bce assuma questo ruolo di sostegno?
«Trichet sarebbe già potuto intervenire sul mercato dei titoli di Stato. Se finora non l’ha fatto, è per le resistenze di alcuni Paesi come Germania, Austria, Olanda e Finlandia. Mi chiedo: a quale livello devono arrivare gli spread perchè l’Eurotower si muova?».
Appunto: il differenziale Btp-bund è ormai vicino a 400 punti. È un livello sostenibile?
«Diventa preoccupante se resta a lungo su questi livelli. A settembre vengono a scadenza 62 miliardi di titoli. Agosto va sfruttato per dare segnali che migliorino la credibilità dell’Italia. Un’azione concertata tra il nostro governo, le istituzioni europee e la Bce darebbe un ottimo risultato».