E ora il presidente nero diventa un’icona pop

Il Comune di Chicago è una mostra d'arte. Una fila infinita di banner alti due metri: c'è la faccia pop di Obama. Bianco, rosso, blu, ombrato. Poi scendi lungo South Michigan Avenue, qualcuno ha lasciato un murales fatto su una lastra di legno: Barack con i colori della Jamaica. Un Bob Marley con i capelli corti. È l'iconografia di un'icona. Perché il presidente americano è stato anche questo: un fenomeno mediatico, trasformato in un immenso fenomeno di immagine popolare. Milioni di gadget, fotomontaggi, spillette, poster, tazze, matite, magneti. Veri o taroccati, fa niente. Purché ci fosse la sua faccia. Dici, follie da campagna elettorale. Invece no, qui l'epopea commerciale e artistica di Obama è difficile che finisca. A Chicago spuntano le bancarelle improvvisate con tutto il possibile. Da un dollaro in su. Persino i giornali ci vedono il business: il Tribune ha stampato la prima pagina del 5 novembre su una lastra di alluminio e l'ha messa in vendita sotto la sua sede. Un'ora di coda per averla: 25 dollari per comprarla. Perché c'è la foto di Obama e c'è il ricordo.
Perché è diventato una specie di eroe post-moderno, un Che Guevara contemporaneo. Non politicamente, ma mediaticamente. La sua posa con lo sguardo un po' verso l'alto, sarà uguale a quella che compare sulle magliette dei cortei studenteschi: la barbetta e il sigaro del Che. Il mercato dei memorabilia obamamiani vale tra i 20 e i 50 milioni di dollari. L'ha alimentato lo stesso candidato: sul suo sito ieri c'era già l'ultima maglietta con la commemorazione della vittoria. Esaurita, in un giorno.
L'arte, poi. Perché qui è nato l'Obama Art Market. C'è il mondo, intorno: artisti più o meno noti, oppure pseudo artisti che cercano di sfruttare l'immagine popolare e vincente di Barack per costruire una nuova e fortunata carriera. Il fotomontaggio, il quadro, il video, la scultura, il gadget elettorale. Anche qui c'è lo zampino dello staff che ha alimentato la produzione, ha certificato nuove strade per promuovere il suo candidato. E la richiesta di quei lavori è diventata tale che il loro valore è passato dalle poche decine di dollari iniziali alle migliaia di dollari attuali e alcune opere trovano spazio anche in galleria d'arte. All'Obama Art Market ha dovuto arrendersi anche il Wall Street Journal che è riuscito a dare a questo nuovo mercato contorni economico-finanziari precisi. Comincia con il volto di Obama dipinto in stile Andy Wharol, dell'artista Shephard Fairey e intitolata «Hope»: venduto all'asta per 60mila dollari. Continua con i semplici gadget elettorali che venivano inizialmente venduti per poche decine di dollari e oggi sono scambiati per migliaia di dollari in aste on line su eBay. È l'ultima frontiera di un percorso che tra l'altro fu inaugurato proprio da Andy Warhol: che nel 1972 realizzò per il candidato democratico McGovern un'opera dal titolo «Vote McGovern» che riproduceva il volto di Richard Nixon dipinto di verde.
Adesso Obama. Cioè McGovern moltiplicato per milioni. Perché c'è più possibilità e perché francamente non c'è partita. Allora la political art, si trasforma in Obama Art: c'è un manifesto seriale (edizione limitata a 200 pezzi) tratto da un graffito creato dall'artista di strada Ron English: in gennaio disegnò su alcuni muri il volto di Obama sovrapposto a quello di Abramo Lincoln. Titolo: «Abraham Obama». Venduti online a 200 dollari, oggi quei manifesti vengono acquistati per dieci volte tanto. E la Gallery XIV di Boston gli ha dedicato una mostra. Su un blog è già nato l'Obama Art Report: il catalogo ufficiale delle opere dell'arte obamamiana. Lo ha creato un ragazzo di 25 anni, Mr. Harman, che si definisce artista part time e che quasi per gioco aveva cominciato a collezionare gadget di Obama quando costavano solo manciate di dollari. Ora dice di riuscire a vendere alcuni pezzi anche a 15mila dollari. Quello che va di più è un fotomontaggio realizzato dal designer Emek, che di solito crea poster per star del rock. Ha creato una foto-locandina (prezzo, 200 dollari): è la famosa immagine di Mohammed Alì trionfante in mezzo al ring di Lewinston nel 1965, Sonny Liston ai suoi piedi. Uno scatto che in America è un'icona. Il volto di Alì è stato sostituito con quello di Obama, il volto di Liston con quello di McCain. Il titolo è «Obama Bomaye», qualcuno vuole cambiarlo in «Ko».
GDB