E ora la Procura indaga sui propri errori

Imbarazzo tra le toghe: «Possibile che abbiamo sbagliato tutti quanti?». Le carte verso Perugia

Stefano Zurlo

da Milano

Telefonate. Incontri informali sulle scale del Palazzo di giustizia. Domande che rimbalzano da un ufficio all’altro. La freccia scagliata dalla Cassazione colpisce in pieno un solo obiettivo: il diritto di rito ambrosiano. La catena dei giudici e dei Pm che si sono occupati della pratica Sme è un treno con molti vagoni. Procura, Procura generale, gip, tribunale, corte d’appello e, da ultimo, Procura generale della Cassazione. Le toghe che avevano assegnato o lasciato il fascicolo a Milano riempiono le dita di due mani. E collettivamente fanno emergere la più ovvia delle domande: «Possibile che abbiamo sbagliato tutti quanti?».
Immediatamente partono le dispute tecniche, assai noiose da riportare. Ma visto che sono l’argomento del giorno conviene riprendere il filo di quei ragionamenti e tornare al debutto del processo in Tribunale, sei anni fa: allora il collegio presieduto da Luisa Ponti aveva stabilito che il dibattimento dovesse rimanere a Milano perché il reato più grave, il falso in bilancio, era stato commesso sotto la Madonnina. Poi, però, era arrivato il colpo di scena: a dibattimento già avviato la Procura aveva contestato un reato ancora più pesante, la corruzione in atti giudiziari e portato in aula l’argomento più corposo, 434 mila dollari assai sospetti, atterrati sui conti di Renato Squillante. A quel punto gli avvocati erano tornati per l’ennesima volta alla carica reclamando a gran voce il trasloco a Perugia.
Il tribunale aveva deciso di dare ragione ai Pm dopo aver incrociato diversi criteri. Il collegio non era riuscito a precisare dove fosse stato commesso il nuovo, gravissimo illecito. Neppure il parametro successivo, quello della residenza degli imputati, aveva dato risultati omogenei; infine si era ripiegato sull’ultima chance: i primi ad iscrivere la notizia di reato relativa al caso Sme erano stati i magistrati di Milano. Caso chiuso. Fino all’altra sera.
Luisa Ponti non parla. La collega Erminia La Bruna, che resse il timone in appello, si trincera dietro una frase politically correct: «Non dico nulla perché sono abituata a rispettare le sentenze». I due presidenti hanno incrociato le loro riflessioni, ma non hanno trovato il punto debole. E nemmeno gli altri giudici, discretamente interpellati con una punta di disagio, hanno risolto il rebus. «Sicuramente - affermano a Palazzo di giustizia - il tarlo si annidava proprio nel capo d’imputazione suppletivo». Insomma, la bomba a orologeria era piazzata proprio nel capitolo relativo ai 434 mila dollari, l’argomento più forte e suggestivo, quello che avrebbe dovuto blindare la costruzione della Procura. La Cassazione ha probabilmente individuato in quella vicenda il tallone d’Achille.
Tacciono anche i Pm che diedero forma all’accusa: Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Paolo Ielo. «Prima - è l’unica risposta che si riesce ad ottenere - occorrerà leggere le motivazioni della Suprema Corte». E però la curiosità si mescola all’imbarazzo. Dove è stato, se c’è stato, l’errore? Nessuno è disposto a metterlo fra virgolette, ma a Palazzo aleggia un clima di sfida: chi l’ha detto che la Cassazione è più autorevole? La verità è che la Suprema Corte è l’ultimo giudice e chi si pronuncia alla fine ha inevitabilmente ragione.
Ipotesi su ipotesi alla ricerca dell’eventuale falla. E due considerazioni che molti a Palazzo condividono. La prima esprime il senso di precarietà degli operatori del diritto: «Con questo sistema misto, un ibrido in parte alla Perry Mason e in parte inquisitorio, non si va lontano. Meglio, si va verso la paralisi dei processi». Come cittadini però i giudici ammettono che il verdetto allargherà il fossato che separa la giustizia dalla società: «La gente vuole certezze. Qua invece dopo dieci e passa anni siamo di nuovo all’inizio. E il gioco dell’oca provoca sfiducia e scetticismo».