E ora la sinistra vuole riscrivere i dodici comandamenti di Prodi

Il no dei ribelli al decreto sull’Afghanistan non è ancora rientrato, la Tav è sempre più a rischio

da Roma

Nel centrosinistra - e la storia degli ultimi dieci anni lo ha insegnato - è sempre meglio non dare nulla per acquisito. La sottoscrizione frettolosa dei dodici punti programmatici prodiani non ha mandato in soffitta le divisioni degli ultimi nove mesi. Semmai ha archiviato il voluminoso programma di 281 pagine. Ma, una volta assodato che il senatore Follini sarebbe pronto a svolgere il ruolo di polmone d’acciaio per l’Unione, si risolveranno tutte le diatribe? Dubitare è obbligatorio considerato che sui 12 punti non c’è una reale unanimità. Un compromesso si potrebbe raggiungere solo su cinque materie: scuola e ricerca, Mezzogiorno, sostegno alla famiglia, risoluzione delle incompatibilità e portavoce unico. Ma c’è una tredicesima questione da non trascurare: i Dico e le coppie di fatto. E il tredici nel mondo anglosassone non è un numero fortunato.
Afghanistan. È il problema più spinoso e anche quello temporalmente più vicino. Non tutti i senatori dissidenti della sinistra radicale sono pronti a fare un autodafé. A partire dal trotzkista Turigliatto: «Io il rifinanziamento della missione in Afghanistan non lo voterò mai». L’indipendente Franca Rame (Idv) ha già dichiarato che lo approverà e se non ci saranno indicazioni sulla pace si dimetterà. Gli altri scontenti del Pdci e dei Verdi, a partire da Fernando Rossi, dovrebbero far marcia indietro. Il decreto di rifinanziamento, comunque, dovrebbe passare grazie ai voti del centrodestra riproponendo la medesima situazione di mercoledì scorso.
Liberalizzazioni. «Se ci lasceranno lavorare, andremo avanti», ha detto ieri un Bersani rassicurante sul capitolo liberalizzazioni al segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria. Sul punto non solo i senatori dissidenti, ma in generale tutta la sinistra radicale è abbastanza scettica sostenendo la necessità di un maggiore intervento pubblico in economia.
Tav. Il presidente dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, ancora ieri ha ribadito che «bisogna realizzare infrastrutture utili». In realtà, la realizzazione del megatunnel di Venaus è a rischio e il ministro dell’Ambiente venerdì scorso ha tranquillizzato i valsusini. Anche sul capitolo rigassificatori, nonostante le rassicurazioni della Direzione del Prc, appare improbabile che Rifondazione si possa schierare contro il suo esponente di punta Nichi Vendola, governatore della Puglia, che a Brindisi ha bloccato i lavori.
Spesa pubblica. È il punto che ha allarmato Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione alla Camera, nel corso dell’ultima Direzione. Probabilmente Prodi sposterà l’asse sul taglio dei costi della politica, ma è chiaro che eventuali provvedimenti volti a contenere il numero dei dipendenti pubblici non inconterebbero il favore della sinistra radicale.
Pensioni. «Quando discuteremo di pensioni il punto decisivo sarà il rapporto con le forze sindacali e sociali». Lo ha detto il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, aggiungendo di non vedere «uno spostamento a destra della coalizione». E sempre in Rifondazione la sinistra interna non vuol sentir parlare di innalzamento dell’età pensionabile. Alla fine, l’unico provvedimento che potrebbe passare senza far perdere i pezzi alla maggioranza è l’unificazione di Inps e Inail.
Premier forte. La riforma costituzionale take-away del patto programmatico prevede che Prodi possa dire l’ultima parola su tutte le questioni. Rina Gagliardi (Prc) non ci sta: «È un tratto decisionista che nega le nostre possibilità di contrattazione».
Dico. «Non è vero che i Dico non ci sono più. Noi ci batteremo perché il ddl venga approvato in Parlamento», tranquillizzava ieri Piero Fassino. Ma l’Udeur di Mastella è contrario e Follini, a suo tempo, era contrario al riconoscimento delle coppie di fatto ma favorevole a un confronto parlamentare. Varrebbe la pena perdere per strada un aiuto insperato su un tema etico e non politico? Come ha detto Renato Schifani (Fi), «l’Unione si è smascherata da sola».