E ora sull’Afghanistan c’è il rischio di una crisi

Il dissidio interno alla sinistra sull'allargamento della base Usa di Vicenza fa scoppiare subito un altro caso. Il verde Pecoraro Scanio "Pronti a votare contro il rifinanziamento". Il Prc: situazione difficile

Roma - Come da copione, il sì di Prodi all’allargamento della base di Vicenza ha fatto scoppiare dentro il centrosinistra il caso Afghanistan. Prima del previsto, però, a causa dell’irrefrenabile amore di Alfonso Pecoraro Scanio per le telecamere.
Il ministro verde, nella fretta di piantare la sua bandierina, ieri ha annunciato al primo capannello di giornalisti che ha incontrato: «Se il premier non ci presenta una seria exit strategy dall’Afghanistan, noi non votiamo il rifinanziamento della missione. I fatti di Vicenza e il sì di Prodi accentuano la conflittualità». Ha fatto imbufalire tutti, dentro la sua coalizione: «Ma perché prima di minacciare di non votare non minaccia di dimettersi da ministro?», lo sfida Villetti della Rosa nel pugno. I più furiosi sono però i dirigenti di Rifondazione, Verdi e Pdci, alle prese con una base parlamentare in rivolta contro il governo che ha «ceduto agli yankee». «Non ho certo paura di farmi scavalcare a sinistra, mi interessano gli obiettivi e non i posizionamenti, quindi Pecoraro faccia pure», si sfoga il capogruppo Prc Migliore, «ma è demenziale collegare in questo modo Vicenza e Kabul: che vuol dire, che se poi per caso riusciamo a non far fare la base ci beviamo la missione in Afghanistan come se niente fosse?».
Il problema però c’è, ed è grosso come una casa. Anche perchè nel Consiglio dei ministri della settimana prossima il decreto sul finanziamento della missione dovrà essere per forza varato. «E visto quel che ha detto Pecoraro, i Verdi non potranno che votare no», dice Paolo Cento. E se vota no il ministro verde, saranno costretti a votare no anche Ferrero di Rifondazione, Bianchi del Pdci, probabilmente Mussi dei ds: una clamorosa spaccatura verticale nel governo. «E questo governo può cadere: non sui Pacs, ma proprio sulla politica estera», prevede cupo Mastella. Ora naturalmente si aprirà una trattativa sul testo del decreto, e Prodi dovrà infilarci qualcosa che la sinistra radicale possa rivendersi come «exit strategy». «Almeno uno spostamento significativo di forze dall’impegno bellico alla cooperazione», auspicano dal Prc. Ma i margini sono assai stretti, anche perché dalla Nato è arrivato un immediato avvertimento: «L'Italia ricopre un ruolo di primaria importanza in Afghanistan e grazie al suo importante contributo militare è leader in una delle zone più delicate», sostiene il portavoce dell’Alleanza. Come dire: non sognatevi di cambiare qualche carta in tavola, perché non è cosa. La via d’uscita accarezzata da Prodi è sfumata: in piena estate, dopo il varo della missione in Libano, il premier aveva rassicurato il segretario Prc, Giordano: «Ora che abbiamo preso un impegno così importante in una zona cruciale del Medioriente, potremo anche permetterci di riportare a casa qualche centinaio di soldati da Kabul, quando il decreto sulla missione verrà reiterato». Ma gli Usa non ne han voluto nemmeno sentir parlare. Poi il governo ha sperato di riuscire a bloccare Vicenza, offrendo sottobanco agli americani un’altra sede per la base, ad Aviano. Buco nell’acqua anche lì. Risultato: ora l’Afghanistan è diventato una bomba ad orologeria. Molto peggio che a luglio, quando per bloccare i dissidenti fu posta la fiducia, e al Senato passò per un solo voto. Stavolta, dopo la botta su Vicenza, gli irriducibili saranno molti di più, allargandosi anche alle file dei ds, e la fiducia allo stato è impensabile: in Senato la maggioranza non ci sarà. «Se il decreto passerà, sarà solo grazie ai voti di Berlusconi», prevedono tetri dal Prc. Il che, però, aprirà un inevitabile caso politico dentro l’Unione. «Nel frattempo sarà marzo, almeno avremo guadagnato altri due mesi di vita», cercano di consolarsi a Palazzo Chigi.