E il Paese si schiera con lui: Tony mai come adesso leader

Un sondaggio del Daily Telegraph rivela che il 71 per cento degli inglesi approva la risposta all’attentato del premier

nostro inviato a Londra
Succede spesso nella vita di un uomo politico che si parli di una sua «giornata nera» o di una «settimana di fuoco». È certo, tuttavia, che giovedì scorso - il 7 luglio del 2005 - rappresenterà per Tony Blair la data più drammatica e indimenticabile dei suoi tre mandati da primo ministro del Regno Unito. Una giornata che poteva essere politicamente fatale, ma dalla quale il premier esce invece rafforzato all'interno e all'estero. La sua reazione istintiva alle bombe di Londra, le sue parole sentite, la sua perseveranza nel voler portare a compimento con un ottimo risultato il summit di Gleneagles, hanno suscitato il plauso non solo degli inglesi, ma anche quello dei Grandi del G8.
Giunto in Scozia mercoledì dopo il grande successo ottenuto con l'assegnazione a Londra dei Giochi olimpici 2012, Blair si stava concentrando sul vertice. Giovedì mattina aveva appena terminato il colloquio con il presidente cinese Hu Jintao quando i suoi assistenti gli hanno comunicato la notizia degli attentati a Londra. Ha seguito l'istinto, volando a Londra, parlando con toni emozionati alla nazione, ma rientrando in serata a Gleneagles perché c'era un lavoro importante da compiere, un messaggio da mandare ai poveri della terra. L'accordo raggiunto al G8 sull'Africa è quello che il premier britannico voleva: ha ottenuto la solidarietà dei Grandi, ma anche quella degli africani e dei Paesi emergenti.
Oggi, scrivono importanti quotidiani come il New York Times e il Financial Times, Blair non è più quel premier che, con la terza vittoria elettorale di maggio che aveva però falcidiato la maggioranza laburista, sembrava aver imboccato un viale del declino politico magari lungo, e tuttavia inesorabile. La situazione è cambiata in maniera radicale. Un sondaggio del Daily Telegraph rivela che il 71 per cento degli inglesi approva la risposta del primo ministro e del suo governo agli attentati terroristici di Londra. E addirittura l'88% dei sudditi di Sua Maestà fa proprie le parole pronunciate a caldo, giovedì sera, da Blair: «Non cambieremo il nostro stile di vita».
All'interno, il mondo politico ha reagito con compattezza alla sfida delle bombe. «Questo Paese - ha detto il leader conservatore Michael Howard - è unito nella determinazione di battere il terrorismo». Certo, resta il rischio che si riaffacci nell'opinione pubblica quell'ostilità crescente alla guerra in Irak, che era stata una delle cause principali del successo parziale del Labour alle elezioni di maggio. Il legame fra guerra e attentati è inevitabile. La sfida per il premier è di mantenere l'approvazione popolare. Le prime mosse in questo senso sembrano appropriate, e quanto detto ieri dal primo ministro alla Bbc (nella lotta al terrorismo il governo starà molto attento a non limitare le libertà individuali) tocca le corde giuste. «Due mesi fa Blair sembrava vicino al tramonto politico - scrive il Financial Times -: oggi è diventato ancora una volta padrone del suo destino». Il passaggio delle consegne al Cancelliere dello Scacchiere, l'eterno «numero due», Gordon Brown, appare molto meno probabile. Per ora al numero 10 di Downing Street resta il vecchio inquilino.
Sul fronte internazionale, Blair diventa - di diritto ma anche di fatto - il principale punto di riferimento dell'Europa. Dal 1º luglio scorso, la Gran Bretagna ha assunto la presidenza di turno dell'Unione Europea in un semestre di grande importanza, dopo lo shock provocato dal voto francese e olandese sul trattato costituzionale.
Blair prende in mano il timone dell'Europa per ridisegnarne l'agenda economica e la rotta politica nel segno del pragmatismo. Il premier britannico è uno dei pochi ad aver capito chiaramente che soltanto se l'economia europea si riprende, può ripartire anche il cammino politico. Compito non semplice sarà quello di superare le contrapposizioni con Francia e Germania, esplose proprio nella spaccatura fra chi ha partecipato e chi no alla guerra in Irak e all’operazione di peacekeeping. Blair può essere l'uomo giusto per ritrovare almeno in parte la saldatura all'interno dell'Unione e fra le due sponde dell'Atlantico. Ma la sfida è difficile e rischiosa.
L'Europa ha anche bisogno di rafforzare la strategia comune anti-terrorismo visto che la minaccia si sta allargando, e non riguarda solo i Paesi come Italia e Danimarca, che partecipano alle operazioni in Irak. Su iniziative della presidenza britannica, i ministri europei dell'Interno e della Giustizia si riuniranno mercoledì a Bruxelles per fare il punto della situazione e ricercare maggiore collaborazione contro i possibili attentati. Nella consapevolezza che, come ha detto Gijs de Vries, coordinatore dell'Ue Situation Center, il centro di intelligence comune dei Venticinque, «non un solo Paese europeo è al riparo dagli attacchi».