E Pansa scomunica «i citrulli del Botteghino»

Emanuela Fontana

da Roma

Saran «citrulli»? Se lo chiede Giampaolo Pansa nel suo «Bestiario» sul settimanale l’Espresso a proposito dei vertici Ds e della scalata della Unipol a Bnl. Anzi, «furbetti o citrulli nel Botteghino ds?», come dice il titolo. I quotidiani amici non sono da meno: sembra che Piero Fassino e la dirigenza della Quercia non debbano preoccuparsi ora tanto delle sottolineature del centrodestra e dei richiami alla morale di qualche coraggioso bastian contrario, ma delle punture, ormai quotidiane, della stampa vicina, tramite titoli, idee, interviste e i suoi principali commentatori. «Un’apertura senza precedenti» all’autocritica degli opinionisti di sinistra e di qualche politico «senza filtro», valutava ieri Lucia Annunziata su La Stampa.
La tecnica più sottile di bastonata ieri è arrivata da Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, che in prima pagina ha sbattuto la faccia di Enrico Berlinguer, come se fosse l’anima dimenticata della sinistra, con una sua intervista concessa a Eugenio Scalfari 25 anni fa dal titolo: «Attenti a quei partiti che scalano le banche». Un'intervista che «sembra scritta ieri», considera Liberazione. E infatti inizia proprio così: «I partiti non fanno più politica - esordiva Berlinguer -. I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia».
Diceva il segretario del Pci: «Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan a cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine».
Ma Liberazione non si limita a pubblicare l’anatema berlingueriano: in prima pagina discetta infatti su un possibile «dopo» Unipol, parlando degli homines novi, in realtà da decenni sulla scena politica, o comunque sulla scena, che potrebbero subentrare in questo momento di crisi dei Ds: «Veltroni-Bassolino o Cofferati?».
Il problema non deve essere in questo momento la bontà o meno delle intercettazioni, scrive invece la penna storica del Manifesto, Valentino Parlato, in un fondo sul quotidiano di via Tomacelli: «Un uomo politico è, per definizione, un personaggio pubblico e, pertanto, tutto di lui deve essere pubblico. Per l’uomo pubblico non devono valere le regole della privacy, per il semplice fatto che lui non è un personaggio privato». Le intercettazioni, «la loro divulgazione, anche se fatte con finalità losche, possono andar bene o essere utili».
Parlato si riferisce a una «casa di vetro» dove dovrebbe metaforicamente vivere il politico. E nello stesso senso parla Dacia Marini: «Indubbiamente bisogna isolare chi ha sbagliato, denunciarlo - osserva la scrittrice -. No a qualsiasi complicità. Ciò che sta accadendo va affrontato nella maniera più trasparente e se qualcuno ha sbagliato deve trovare assolutamente il coraggio di dirlo». La Maraini conferma comunque la sua stima al segretario ds e interpreta così le sue conversazioni pubblicate dal Giornale: «Stimo Piero Fassino e non credo che lui abbia volontariamente tenuto mano alla scalata dell’Unipol, né che lui l’abbia favorita in qualsiasi modo. Semmai c'è stata una qualche leggerezza - puntualizza - nel mostrarsi troppo amici nei confronti di una nobilissima realtà come quella delle cooperative».
Pansa non sembra essere d'accordo su questo aspetto: la «conclamata etica corporativa» è macchiata da «troppe alleanze indecenti». In questa «pozza profonda - annota - affonda per sempre il “complesso dei migliori”». Ossia «la convinzione della sinistra di essere eticamente migliore della destra». Una «sicurezza ferrea». Ma da questo «male», avverte Pansa, «può venire un bene». L’appello ai «leader della Quercia più accorti e umani», Fassino compreso, è insomma quello di «dare un taglio a tutto l’armamentario che spesso rende sgradevole e antipatica la sinistra italiana». Il consiglio: «Furbetti e citrulli, attenti a non stancare».
Dell’armamentario fa parte la «puzza sotto il naso». Derivata da «un fenomenale complesso di superiorità, da sbattere in faccia a alleati e avversari». E soprattutto: «La sicurezza arrogante di essere insuperabili, come il tonno dello spot».