E papà disse: «Uccidi quella p...»

Sono soprattutto le tenniste a subìre i genitori. Venus e Serena Williams: «Da piccole dovevamo solo colpire palline». La Rezai: «Comanda babbo in base all’umore»

Il delitto perfetto riuscì solo al padre di René Lacoste. «Ti lascio giocare a tennis solo se entro cinque anni diventi il più forte del mondo». E lui, che già di famiglia non stava affatto male, prese in parola papà. Non solo. Diventò campione, 3 titoli a Parigi, due a Wimbledon e due agli Us Open, prima di inventarsi la maglietta con il coccodrillo e di assicurarsi un posto nella storia e nei negozi di abbigliamento.
I padri e il tennis. Papà a volte, padrini ogni tanto, padroni un po’ più spesso. Quote rosa al contrario, gli uomini fanno spesso a meno del genitore-allenatore-psicologo, è con le ragazze che la patria potestà scende a rete e diventa un osso duro da passare. La cronaca del tennis si aggiorna ad ogni giro di torneo. Ultimo Wimbledon: Marion Bartoli, la tracagnotta francese arrivata in finale prima di perdere da Venus Williams, ha mostrato al mondo le lacrime sue e di papà. Walter Bartoli, già dottore e appassionato di scacchi, guru di Marion da quando la piccola decise di imbracciare una racchetta. Marion non fa un passo che papà non voglia. E quando succede che si debba muovere da sola, sono casini. La federazione francese non riconosce Walter Bartoli quale coach, ma siccome è corso, e quindi orgoglioso, non molla l’osso. Litigi con i dirigenti, litigi con il coach della Fed Cup che, si fa ma non si dice, preferisce non convocare Marion che trovarsi un rompiscatole in casa. Come è avvenuto contro l’Italia. Marion tira dritta: «Se sono qui è grazie a mio padre», ha detto la ragazza sul centrale di Wimbledon. Monsieur Walter è crollato. Un pianto a dirotto sulla spalla di uno che di figlie se ne intende. Mister Richard Williams.
Compton, sobborgo di Los Angeles, non è il posto migliore per crescere due tenniste. Lui aveva una sola scelta: farle prigioniere. Allenarle alla battaglia. Come si fa con i pit bull. Ce l’ha fatta, Venus e Serena prendono ancora a pallate il mondo, e lui, orco cattivo, va in giro tronfio e ciondolante per il circuito. Ha detto Venus ricordando l’infanzia: «Non avevamo distrazioni, tutto quello che dovevamo fare era uscire di casa e colpire una pallina»: è il metodo Williams. Difficile che ne facciano una fiction, improbabile che venga esportato, anche se 16 trofei dello Slam dicono che «Richard il duro» ha avuto ragione.
Serena e Venus lasceranno i campi con papà incollato alla schiena. Sopravvissute. A molte altre non è andata così bene. Ad un certo punto i nervi sono saltati. E con loro anche le catene. Mary Pierce ha cominciato a vincere quando si è scrollata di dosso l’ombra del padre Jim: fu lui a iniziarla al tennis, ma nel circuito si fece subito una brutta fama. «Mary, uccidi la puttana» le gridò un giorno dalla tribuna. Espulso. Lo accusarono per i metodi da marine che usava nei confronti di Mary, lo cacciarono prima dal Roland Garros perché prese a pugni uno spettatore e poi dall’intero circuito perché uno così faceva solo danni. Mary lo rinnegò, almeno come coach, nel ’93, un’ordinanza del tribunale avrebbe dovuto metterla al sicuro. Jim Pierce se ne fregò e prese una coltellata dalla guardia del corpo di Mary e della sua ex moglie quando cercò di forzare il blocco dell’hotel che ospitava la figlia. Storie. Come quella di Jennifer Capriati, divenuta grande troppo presto per il tennis, a 16 anni doveva già comportarsi da donna, e allora è anche logico che il padre Stefano le si piazzasse alle caviglie. Che poi Jennifer abbia infilato una serie di guai (qualche furto e altrettanti spinelli) perché cresciuta troppo in fretta e all’ombra del padre, è da dimostrare, ma è una delle tesi.
Sono storie che si aggiornano. Ora gira quella di Aravane Rezai, tennista franco-iraniana nelle mani del padre Arsalan, scappato da Teheran prima della rivoluzione. Ogni tanto padre e figlia ci tornano da quelle parti, al club di Karay, periferia della capitale. Fuori girano infagottati; dentro, cioè nel campo scoperto, Aravane tira palle da tennis. E non apre bocca. «Papà decide il mio allenamento in base al suo umore, talvolta mi sorprende, ma è lui che comanda». Hanno girato l’Europa in roulotte, troppo cari gli alberghi. Per mandare Aravane in Dubai e in Australia, papà ha dovuto chiedere un prestito di ottomila euro. Fin qui, niente da dire. Il fatto è che Arsalan è un tipo con le mani calde. L’anno scorso a Parigi menò due ragazze russe, Chakvetadze e Vestina: avevano occupato il campo dove Aravane avrebbe dovuto allenarsi. Poi 500 euro di multa per le minacce a un’avversaria della figlia, fino alla lite con il ct francese George Goven, che a suo dire trascura la figlia. Risultato: Roland Garros off limits per la Rezai nei prossimi due anni, tranne che per i quindici giorni dello Slam, e papà Arsalan che invece alla Porte d’Auteil non potrà nemmeno avvicinarsi. Persona non gradita. Dal padre-padrone sono transitate anche la serba Jelena Dokic e persino sua grazia Sharapova e allora viva quello che pensa e dice il cipriota Marcos Baghdatis: «I genitori? Hanno fatto tutto per me, li ringrazierò a vita. Ma durante i tornei non li voglio tra i piedi, ho troppe cose da pensare per dare retta anche a loro».