E Parisi si offre volontario per perdere con Franceschini

RomaSollevato Uòlter dal peso del partito, «negli ultimi mesi rilevante», non resterebbe ora che sollevare il Pd da se stesso. Dalla propria insostenibile leggerezza. «Sospettavamo che Veltroni non fosse all’altezza, le sue dimissioni sono tardive e intempestive», lo saluta Arturo Parisi. Già, ma per «uscire dal tunnel» (Marina Sereni) ci vorrebbe un periodo di comunità per disintossicarsene. «Siamo all’8 settembre - drammatizza Enrico Letta - con il tutti a casa».
Non sarebbe male, purché ognuno si trovi un alloggio più accettabile di quanto lo sia stato questo minestrone privo di senso. Basti pensare che il migliore dei candidati fa «Nome di nome e Nuovo di cognome», ride Pierluigi Bersani, che accetterebbe di scegliere persino un leader Incappucciato, da svelare agli elettori soltanto dopo le Europee, pur di non vedere il partito piombare in questa agonia. «Almeno saremmo certi di attirare interesse e curiosità...».
Invece il convento vorrebbe passare la zuppa Franceschini e per ora nessuno osa criticarne il sapore tenue, anzi sciapo, che sembra fatto apposta per sorbirsi la prossima legnata elettorale. «Ma no, i nostri elettori lo conoscono, non c’è bisogno di vestirlo mediaticamente...» dice l’ex segretario pipino Castagnetti, cercando di smerciare l’ultimo scampolo di stoffa dc. «E sarà un segretario vero, con pieni poteri, vedrete...». Purtroppo si vede lontano un miglio che il bravo Dario, che pure da bambino respirò area Zac, porta impressa la data di scadenza. Sarà avariato in autunno, salvo miracoli elettorali, e pronto per essere distribuito tra gli orfanelli del Congo (ci penserà Uòlter in persona).
Siccome poi la democrazia comporta una scelta, o parvenza di scelta, è già sceso in campo un candidato leader perdente. Arturo Parisi proporrà all’Assemblea in programma domani alla Nuova Fiera di Roma la propria candidatura «in difesa della nostra idea di un Pd che riparta dal solco dell’Ulivo: di tutto ha bisogno il partito, fuorché di un segretario provvisorio». Anche perché, non ha mancato di precisare l’ex sanculotto di Prodi, «indietro non si può tornare». Fortuna vuole che le idee, in un partito così tetragono come il Pd, spuntino come funghi dopo il temporale. E se l’Assemblea di 2800 delegati, eletti con le primarie, sarà un mostro cieco in balia delle onde («La stragrande maggioranza dei delegati neppure li conosciamo e mica puoi alzare il telefono e chiedere il voto per il segretario», lamentano i dirigenti), l’esito della consultazione interna sembra comunque scontato.
«L’assemblea è sovrana - spiega un Bersani sempre più perplesso e sconsolato - e non esiste da nessun altra parte un’assemblea di quasi tremila persone... Io, al tempo dello Statuto, ho espresso le mie perplessità, ma ora è questa la situazione...». Di certo, è fuori tempo massimo la richiesta di un congresso straordinario, ormai portata avanti da Morando e pochi altri. «I tempi di preparazione di un congresso ci porterebbero a ridosso delle Europee: mentre gli italiani saranno impegnati in cose di poco conto, come le Europee, noi dovremmo occuparci di cose ben altra importanza, quali i nostri problemi interni... Ci prenderebbero per pazzi, e avrebbero ragione».
Purtroppo i sintomi della pazzia erano già evidenti da tempo e, all’esterno del Pd, molti ne erano informati. «Schizofrenia galoppante», la diagnosi del comunista Diliberto, mentre il (di solito) mite socialista Bobo Craxi guarda alle «lacerazioni» di questo speciale reparto psichiatrico «con rispetto e raccapriccio». Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, si porta poi avanti facendo gli auguri ai due presumibili rivali del congresso di ottobre: Bersani e Letta. «Li faccio a entrambi, così non sbaglio...». O forse sì, visto che, insediato il reggente Franceschini domani, chissà che cosa capiterà dopodomani.
L’atmosfera è in fermento: il professor Ceccanti prepara la mozione per le primarie immediate, la Rosy Bindi non le ritiene utili perché «la crisi è grave», Franco Monaco prova ribrezzo per «la soluzione burocratica e dilatoria confezionata dal vertice Pd», contro la quale «monta un sentimento di rigetto tra elettori, militanti e amministratori». Sergio Chiamparino, tra il sì a Franceschini e la richiesta di un direttorio, alla fine la imbrocca: «Basta ambiguità, inutile tenere tutti i pezzi con il bostik». Sarebbe perfetto, se non occorresse scollare prima tanta gente dalla poltrona.