E il Parlamento del Professore ha battuto il record dell’ozio

In due mesi solo 10 sedute alla Camera e 14 al Senato: nella scorsa legislatura furono 25

Massimiliano Lussana

La notizia è che, ieri, Camera e Senato si sono riuniti. In realtà, non sarebbe una notizia, ma di questi tempi è un evento. Perché, finora, l’annuncio con cui Fausto Bertinotti, Franco Marini o i loro vice aprono le sedute è qualcosa di rarissimo. E le apparizioni in aula dei presidenti sono più rare di quelle della madonnina di Civitavecchia.
Parlano i numeri. Freddi, certo. Ma altrettanto certamente oggettivi. E il confronto fra la quattordicesima legislatura, quella iniziata nel 2001, nella quale la Casa delle libertà ha conquistato la maggioranza assoluta dei voti, e la quindicesima, quella attuale targata Unione, è impietoso.
Partiamo dalla Camera: nel 2001, la legislatura iniziò il 30 maggio e, da quel giorno a fine luglio, si contarono 27 sedute di Montecitorio in 63 giorni, due in meno (25) se vogliamo fermarci benignamente a 61 giorni. Nel 2006, in quegli stessi 61 giorni, cioè fino a ieri, si sono svolte volo 14 sedute della Camera dei deputati, praticamente la metà. Ma il meglio, cioè il peggio, deve ancora venire. Perché, analizzando il contenuto di queste quattordici sedute della Camera targata Unione si trovano: la prima seduta, di due giorni, per eleggere il presidente; la seconda e la terza, per eleggere l’ufficio di presidenza; la quarta per consentire a Romano Prodi di consegnare il suo discorso con le dichiarazioni programmatiche; la quinta e la sesta per votare la fiducia al Prodi bis; la settima, caso unico, per votare su due decreti, cioè per legiferare, che sarebbe il vero lavoro del Parlamento, anche se soltanto sugli ausiliari del 63° corso di Polizia e sulla proroga di ammortizzatori sociali in scadenza; l’ottava, per rispondere a interrogazioni; la nona, per un’informativa; la decima e l’undicesima ancora per interrogazioni; la dodicesima, per «comunicazioni del presidente», iniziate con il suono della campanella che apre la seduta alle 18,35 e terminate alle 18,40 con il più classico degli ordini del giorno della seduta successiva. Ordine del giorno consistente peraltro in altre «comunicazioni del presidente», prolungatesi stavolta dalle 17 alle 17,35, ma solo per una lunga contestazione dei deputati azzurri.
Insomma, riassumendo, la prima seduta vera della legislatura alla Camera l’abbiamo vista solo ieri.
E se Montecitorio piange non è che Palazzo Madama rida. Tutt’altro. Al Senato della Repubblica, nel 2001, dal 30 maggio al 31 luglio, si svolsero 28 sedute in 63 giorni. Venticinque se ci si limita all’analisi dei primi 61 giorni. Ecco, con le due sedute di ieri al Senato, inclusa quella in cui si è discusso solo del governo che metteva la fiducia, siamo arrivati a dieci sedute negli stessi 61 giorni. Compresi quelli come il 18 maggio e, per l’appunto, ieri in cui si sono tenute due sedute, come previsto dal regolamento di Palazzo Madama che - a differenza di quello della Camera - spezza la giornata in due e divide le sedute in antimeridiane e pomeridiane, escludendo le ore per mangiare e per la pennica dal conteggio dei tempi di seduta.
Piccolo particolare: tutto questo non c’entra con il mese corto, la proposta di «razionalizzazione» delle sedute dell’Unione o i giorni a disposizione dei deputati eletti all’estero per curare il proprio collegio. Tutto ciò semmai peggiorerà ulteriormente i dati.
Dati che sono un record negativo: durante il primo governo Prodi, nel ’96, in due mesi le sedute della Camera furono 27 e quelle del Senato 21. E, andando alle origini della Repubblica, nel 1948, quando presidente della Camera era Gronchi, dopo due mesi le sedute erano a quota 39. Insomma, quello delle Camere della maggioranza di Prodi (bis) è a suo modo un record. Peggio di così andò solo nel 1992. Ma quella volta ci volle un mese per eleggere il presidente della Repubblica. Che, fra l’altro, era Scalfaro.