E il partito rimpiange già il padre-padrone Fausto

da Roma
Ricapitolando: le lacrime alla Camera di Mercedes Frias e Donatella Mungo, il pianto di commozione di Alì Rashid, il turbamento introverso di Paolo Cacciari, la rabbia di Elettra Deiana. E poi le lettere a Liberazione, le assemblee di pacifisti autoconvocate, le invettive di Gino Strada, molto più feroci con i compagni che votano di quanto non fossero contro i parlamentari di centrodestra. Se dentro la famiglia (un tempo) felice di Rifondazione la crisi sembra aperta, bisogna tornare a Lui, a Fausto Bertinotti e al suo precipitoso addio, a quel trauma non digerito: dopo tredici anni di leadership pressoché indiscussa e paternalistica, il passaggio brusco al vertice istituzionale di Montecitorio, e quindi all’assenza. La perdita del padre, insomma.
Si sa, di solito ai marxisti e ai postmarxisti le chiavi di lettura psicanalitiche fanno venire l’orticaria: ma non c’è dubbio alcuno che dentro la pioggia di reazioni emotive che attraversano il partito in queste ore non si può non leggere una sindrome freudiana, gli effetti dell’abbandono traumatico del genitore che lascia i suoi figli per trovare una nuova casa. E dentro questo choc, il punto interrogativo di una biografia politica e umana che con la sua virata improvvisa rischia di compromettere il futuro del suo partito. I tempi delle leadership personali ci hanno abituato a questi rapporti di amore-odio viscerali, al trauma delle autocensure, delle sfuriate, dei cordoni ombelicali che si tendono senza spezzarsi, dei dissensi a pugni stretti. Achille Occhetto è da tempo un padre ripudiato della Quercia, Gianfranco Fini nel 1999 disse ai colonnelli di An che era pronto a lasciarli per fondare una lista personale, non si contano le lettere di scomunica di Romano Prodi alla Margherita, di cui l’estate scorsa - nel momento di massimo gelo - arrivò a dire: «Non posseggo quella tessera». Ma certo nessuno fino a ieri pensava che anche il bertinottismo potesse arrivare a scindere la sua strada da quella del partito. Sembrava insomma che «il ragazzo con le magliette a strisce» (autodefinizione coniata per il libro scritto con la regista Wilam Labate), l’ex giovane socialista di Varallo Pombia (il luogo di nascita del subcomandante), l’ex metalmeccanico intransigente dei cancelli della Fiat, l’uomo che «non aveva mai firmato un contratto» (leggenda metropolitana sempre contestata dall’interessato), fosse l’ultimo leader che temperava il suo naturale narcisismo con una concezione antica del partito, con un senso di servizio indiscusso. E il segretario-padre era stato decisivo per tenere insieme quella galassia iridescente di radicalità vecchie e nuove, correnti «neo», «archeo» e «post» che erano unite solo dalla leadership bertinottiana. Al congresso di Venezia tutto era sincreticamente fuso, e la corda non si strappò nemmeno quando una giovane delegata trotzkista di Milano accusò come solo una figlia ribelle poteva fare: «Compagno Bertinotti, non ci sono alternative. O si sta con i padroni o si sta con gli operai, e tu, purtroppo, hai scelto i padroni!». Il paradosso vuole che i trotzkisti di Marco Ferrando, che nel partito del padre-contestato sono rimasti fino all’ultimo, siano usciti proprio ora, che si è affermata la leadership «materna» di Franco Giordano. Il padre-padrone Bertinotti era stato anche il segretario autoritario che contiene il dissenso con il pugno di ferro e depenna il leader della minoranza dalla lista elettorale, solo per un «reato d’opinione». Giordano è un uomo di letture femminili, uno che ha come «scrittore» preferito Marcella Serrano e il suoi alberghi di donne tristi, uno che dice: «Ho introiettato la cultura della nonviolenza» e che ancora oggi non minaccia espulsioni.
Bertinotti, invece, sembra essersi disinteressato del suo partito come certi mariti che si rifanno una vita con una nuova moglie, e ha usato Rifondazione per arrivare a Montecitorio, così come Massimo D’Alema usò i Ds per arrivare a Palazzo Chigi. Una macchina lanciata oltre il limite di velocità consentito, che arriva alla meta, ma con il contagiri impazzito, il radiatore rovente e il motore fuso. È curioso che malgrado le lacrime e le crisi, Rifondazione non abbia ancora consapevolezza della sua sindrome di abbandono, che nessuno abbia ancora ipotizzato «il parricidio». Così, per paradosso, è possibile che accada il contrario: che se il padre non tornerà rapidamente all’ovile, alla fine sia proprio lui a sentire il bisogno di un infanticidio. Infatti, l’unico modo per consentire a Bertinotti una nuova vita, per dimenticare il sub comandante Fausto, il suo meraviglioso massimalismo estetico, i suoi niet, l’affondamento del governo Prodi e la lotta partigiana contro i Ds, ecco, l’unico modo per consentire al Bertinotti istituzionale ed ecumenico di dimenticarsi di quel padre che cresceva un figlio ribelle e contestava il sistema, è liberarsi di quel figlio: lasciarlo solo nella sua crisi di crescita.