E il Pci ordinò: "A Canzonissima votate per il tenore sovietico"

Secondo i servizi segreti nel 1964 il partito cercò di far vincere il tenore Solovjanenko. Per &quot;umiliare gli americani e dimostrare che in Italia crescono le simpatie per Mosca&quot;. <a href="/a.pic1?ID=287648" target="_blank"><strong>Macaluso: &quot;Macché russo, tifavamo per il compagno Claudio Villa&quot;</strong></a>

Roma - Un giorno di tanti anni fa, ai tempi della Guerra Fredda, Gaetano Afeltra - allora «uomo-macchina» del Corriere della Sera - telefonò ad Augusto Guerriero per chiedergli un articolo di fondo che prendesse spunto dalla sfida spaziale in corso fra Urss e Usa, sfida che stava dando risultati sorprendenti in campo scientifico e preoccupanti in campo politico: i missili sovietici stavano su, anzi andavano in orbita; quelli americani cadevano giù non appena lasciavano la rampa di lancio. Augusto Guerriero, ben più noto con lo pseudonimo di Ricciardetto, era un magistrato avellinese della Corte dei conti che Longanesi prima e Montanelli poi avevano inventato come commentatore di politica estera; uomo serissimo fin dall’aspetto - profilo borbonico, naso lungo e una bazza sporgente che gli valse il soprannome di «Via col mento» - rispose ad Afeltra di essere del tutto incompetente in materia, e quindi declinò l’invito. «Di missili», spiegò, «non so nulla». Afeltra replicò che non occorreva essere esperti di missili, bisognava esprimere lo sconcerto per il fatto che un Paese comunista stava bagnando il naso a uno capitalista. Ricciardetto continuava ad obiettare di non capire quale potesse essere la tesi del commento, e allora Afeltra si spiegò con parole sue: «Tu devi scrivere un pezzo che esprima il seguente concetto: eccheccazzo!».

In quel clima si inserisce perfettamente la storia raccontata ieri da l’Unità con uno scoop esilarante (ma non per questo non vero: a volte anche la realtà è esilarante). La storia è questa. Nel 1964 la Rai organizzò un’edizione speciale di Canzonissima presentata da Nino Taranto: la gara era una sorta di «Napoli contro tutti», nel senso che ogni grande città del mondo (Parigi, New York, Londra, Berlino, Madrid, Vienna, Mosca eccetera) presentava una sua canzone contrapponendola ad una napoletana. Durante la settimana gli italiani votavano inviando una cartolina. Il 6 gennaio, la Rai avrebbe presentato la classifica finale.

Vinse, com’era scontato, una canzone napoletana, O sole mio (780.104 voti). Seconda Gigliola Cinquetti con Non ho l’età (201.017 voti). Terza, a sorpresa, si piazzò la non proprio indimenticabile Serate a Mosca del concorrente sovietico, il tenore Anatoli Solovianenko, carneade assoluto per il nostro pubblico eppure premiato con 180.190 voti. L’Unità - e qui sta lo scoop - rivela ora che a votazioni ancora in corso l’Ufficio affari riservati informò il Viminale di una manovra del Pci, «che ha ordinato alle sue sezioni di fare incetta di cartoline». «I dirigenti comunisti, infatti», era scritto nell’informativa, «si riproporrebbero un grosso colpo propagandistico: data per scontata la vittoria di un cantante italiano, l’obiettivo sarebbe quello di piazzare il sovietico al secondo posto, farlo arrivare primo fra gli stranieri, umiliare il cantante americano e dimostrare che tra gli italiani crescono le simpatie per il loro campo...».

L’Unità mostra di non credere alla manovra del Pci («aveva altro a cui pensare...») e può darsi che abbia ragione: conoscendo la faciloneria e a volte la cialtronaggine dei nostri servizi segreti, non ci sarebbe da stupirsi se anche quella velina fosse stata frutto di una congettura a tavolino piuttosto che di informazioni raccolte sul campo. Ma, se non vero, il contenuto di quell’informativa è sicuramente verosimile, perfettamente collocabile in quell’Italia di «contrordini compagni» fatti arrivare nelle sezioni, di «obbedienza cieca, pronta e assoluta». La sfida tra il tenore russo (che poi era ucraino: ma a quei tempi tutto era russo nell’Urss, anzi nell’«Ursus» come la chiamavano tanti militanti) e il cantante napoletano era come quella tra la Dinamo di Peppone e la Gagliarda di don Camillo, tra il pugile della Bassa e quello venuto dalla federazione di Reggio Emilia.

La conquista del potere doveva passare anche attraverso la conquista dell’ammirazione degli italiani per tutto ciò che era prodotto dalla gloriosa rivoluzione proletaria; e l’ammirazione passava per i progressi della scienza e della tecnica ma anche per questi dettagli solo apparentemente di secondo piano: le medaglie alle Olimpiadi, il balletto di Mosca, il tenore ucraino.

La Guerra Fredda è stata anche e soprattutto uno scontro di civiltà nel quale ogni pedina, grande o piccola, è stata messa in campo. L’Unione Sovietica era ed è stata fino all’ultimo in clamoroso ritardo su tutto: nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nella medicina, nella tecnologia in genere. Ripensandoci oggi, fa quasi tenerezza - e in fondo merita un applauso ex post - la fedeltà di molti comunisti italiani alla macchina fotografica Zenit; o la non facile ricerca di automobili come la Zaz e Skoda, piccoli carri armati che davano forse l’illusione di circolare nel paradiso dei lavoratori, ma imparagonabili anche con le più ordinarie delle nostre Fiat o Autobianchi. Solo raramente i Nostri Eroi dell’Urss vincevano la sfida: il viaggio nello spazio di Yuri Gagarin nel 1961; il pallone d’oro di Lev Jašin nel 1963; tre anni prima, la vittoria della nazionale agli Europei di calcio. Erano le occasioni in cui il fronte occidentale, convinto della propria superiorità, reagiva appunto con un «eccheccazzo».

Vista con gli occhi di oggi, tutta la vicenda narrata dall’Unità, e il suo contorno che abbiamo cercato di riassumere, può sembrare una Guerra Fredda da operetta. Ma l’Italia a volte è un Paese da operetta, dove anche le cose serie, e lo scontro di civiltà, passano attraverso Nino Taranto e Canzonissima, il Sifar e il tenore Sovolianenko.

Pure il comunismo, come tutte le dittature, è stato un tragico mix di orrori e buffonate.

Non vogliamo né banalizzarlo né criminalizzare chi in quel sistema ha creduto davvero. L’Urss, oggi, sappiamo bene che cosa è stata; e chi voleva saperlo, lo poteva sapere anche allora. Ma per milioni e milioni di persone in buona fede - in Italia e nel mondo - quell’impero presentato in cartolina dal partito è stato la speranza di un riscatto sociale, di una vita meno grama, di un futuro più dignitoso per i propri figli. Chi ha creduto in tutto questo oggi non va deriso neanche se ha cercato di taroccare una classifica di Canzonissima.

Senza appello è però la condanna di chi questa povera gente l’ha imbrogliata, perché senza appello è la condanna del comunismo. Il suo fallimento è stato totale non solo sul piano politico ed economico, ma anche in quello scontro di grandi e piccole «civiltà» che hanno segnato la Guerra Fredda. Non è un caso che di quel cupo mondo che doveva finalmente liberare l’umanità gli unici vocaboli divenuti di uso internazionale richiamano la guerra (molotov, katiuscia, kalashnikov, mig) o la più grigia burocrazia (Nomenklatura, Politburo, agit-prop, Cominform, Comintern) oppure realtà ancora più inquietanti (Ceka, Kgb, gulag).

In tanti decenni, nulla di originale e di vitale è venuto da quella cultura, non una traccia è stata lasciata nell’arte, nella letteratura, nella musica, nella filosofia; non una sola personalità di rilievo è venuta da quel mondo che pure doveva creare «l’uomo nuovo». È questo il giudizio della storia, che nessuna incetta di cartoline avrebbe potuto, alla fine, modificare.