E il Pd finge di stupirsi per i giochetti di Penati

L'avevano presentato come l’uomo nuovo della sinistra in Lombardia, ma in 17 anni avrebbe gestito 9 milioni di mazzette. E adesso il Partito Democratico convoca gli organi di garanzia <br />

MilanoL’uomo nuovo aveva la sigaretta, la barba e poco più di trent’anni. Un giovane comunista, assessore nella Stalingrado d’Italia. Uno sconosciuto destinato a scalare il partito. Nove anni dopo, verrà eletto sindaco di Sesto San Giovanni. È l’inizio di una parabola inarrestabile, tra successi politici e affari. Così Filippo Penati, gradino dopo gradino, riuscirà a entrare nella stanza dei bottoni. Uscendone di colpo. Autosospeso prima, e scaricato poi. Ieri, infatti, il Pd ha convocato per il 5 settembre una commissione di garanzia per «avviare un’azione di immediata verifica a tutela della onorabilità del partito». Penati, che ha dato «totale disponibilità», dovrà spiegare ai vertici del Pd le accuse che gli vengono mosse dai pm di Monza. Anche se proprio nel Pd, la sua, è stata una progressione stupefacente.
Perché l’inchiesta sul «sistema Sesto» - aperta anche per finanziamento illecito dei partiti - mette in fila date e vicende giudiziarie che si sovrappongono sorprendentemente alle tappe della sua ascesa politica. Più grossi sono gli affari che Penati avrebbe messo in piedi, più salgono le sue quotazioni a Botteghe Oscure. Nel giugno del 2010, Piero Di Caterina - uno dei grandi accusatori - lo spiega ai magistrati. «In oltre 15 anni ho elargito versamenti in contanti a favore di Penati, il quale mi chiedeva denaro per la sua attività politica. Nel periodo elettorale queste richieste aumentavano. Quando non c’erano elezioni, ritengo che il denaro servisse per essere girato alle associazioni del partito».
Per otto anni, dal ’94 al 2001, Penati è il primo cittadino di Sesto. È lui a gestire la riqualificazione dell’area ex Falck: 1,3 milioni di metri quadrati, per i quali il politico avrebbe chiesto una tangente di 20 miliardi al costruttore Giuseppe Pasini. Di questi, circa 5,7 miliardi - che secondo Pasini servivano a «finanziare i politici locali» - sarebbero finiti su conti esteri. Secondo l’accusa, inoltre, Penati impone l’ingresso delle coop emiliane («più strutturate e vicine al partito», secondo una definizione attribuita a Giordano Vimercati). «Non potevo contraddire le cooperative», spiega il costruttore. Il motivo? Servivano «a garantire la parte romana del partito». E Penati, dopo tre anni da segretario della federazione provinciale milanese dei Ds, viene candidato alle elezioni provinciali. Riuscendo a conquistare Palazzo Isimbardi.
Da presidente della Provincia, è protagonista di un altro affare colossale. L’acquisto delle quote della Milano-Serravalle dal costruttore Marcellino Gavio. Nel 2005 la controllata Asam paga 8,973 euro ogni quota che a Gavio era costata 2,9 euro. L’operazione viene censurata dalla Corte dei Conti, la Procura di Milano indaga (ma si va verso un’archiviazione), e quella di Monza riapre il caso. Perché, stando ancora alle ricostruzioni di Di Caterina, «si svolsero delle trattative riservate per definire il sovrapprezzo da pagare al Gruppo Gavio. Penati avrebbe ricevuto il suo guadagno dell’operazione a Montecarlo, Dubai e Sudafrica». E in una lettera all’ex sindaco Gabriele Albertini scritta dall’allora assessore ai Trasporti del Comune di Milano Giorgio Goggi si fa riferimento al tentativo fatto da Palazzo Marino di vendere a Gavio le proprie quote. Ma Gavio declina l’offerta sostenendo di essersi «impegnato con Fassino e D’Alema».
Versamenti estero su estero e spalloni che attraversano il confine con la Svizzera carichi di contanti. O ancora, come racconta la segretaria di Di Caterina, «buste con denaro contante» che vengono «consegnate a Penati» nella sede della società di trasporti Caronte. Il conto finale, gli inquirenti, l’hanno fatto. In 17 anni di carriera (1994-2011), e al netto di altre possibili tangenti su cui si indaga, Penati avrebbe intascato quasi nove milioni di euro. Che fine fanno? L’ipotesi è che una parte - da Sesto - sia arrivata a Roma. Denaro fresco per la fame insaziabile della politica. Affari e carriera, due strade parallele che segnano il cursus honorum di Penati. Fino al terremoto che inghiotte tutto. Perché il politico - entrato nel frattempo nella direzione nazionale del Pd - da un giorno all’altro esce di scena. A novembre, infatti, Penati lascia l’incarico di capo della segreteria di Bersani. Da qualche mese, i suoi accusatori hanno iniziato a parlare con i pm di Milano. A gennaio, l’inchiesta passa a Monza. Tra giugno e agosto vengono firmate le richieste d’arresto, le perquisizioni, l’ordinanza del gip e il ricorso al Riesame. Penati lascia gli incarichi e si autospende. E ora, dopo averlo cavalcato per anni, anche il suo partito lo mette all’indice. Una storia vecchia, per l’ex uomo nuovo.