E Pecoraro fu tenuto all’oscuro

New York - «Non abbiamo avuto neppure un momento di incertezza», assicura Romano Prodi. Il premier è a New York per la sessione delle Nazioni Unite quando la notizia del blitz compiuto all'alba in Afghanistan diventa ufficiale.

Ma in realtà, nel più stretto riserbo, il capo del governo italiano aveva già preventivamente autorizzato l'operazione nella tarda mattinata di domenica, come rivelano nel suo entourage, alle 13 ora italiana, prima ancora di decollare da Roma con il suo seguito alla volta di New York. La decisione, non facile, è stata presa da Prodi in accordo con il ministro della Difesa e quello degli Esteri, e con l'avallo del Quirinale, tenuto informato passo passo sull'evoluzione della vicenda. Nessun altro alleato di governo è stato consultato o avvertito, a quanto si capisce. Il verde Alfonso Pecoraro Scanio, titolare dell'Ambiente, era sull'aereo di Stato insieme al premier, e ha visto Prodi impegnato in continue consultazioni telefoniche con D'Alema e Parisi durante tutta la traversata, ma non sapeva cosa bollisse in pentola: dell'operazione è stato informato solo a cose fatte. E lo stesso il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi, anche lui sullo stesso volo. «Arrivati a New York, mentre eravamo a cena, Prodi si è limitato a dirci: “Ora sappiamo dove sono”», racconta Craxi.

Sarebbe stato il capo del governo afghano Hamid Karzai a comunicare domenica a D'Alema, già presente a New York, le informazioni sul luogo di prigionia dei due agenti italiani, ricevute a quanto confermano fonti della Farnesina dall'intelligence britannica. Di lì a poco la decisione di autorizzare il blitz guidato dalle forze speciali inglesi in collaborazione con i militari italiani, che si è svolto mentre in Usa erano le 23 e in Italia le 5 del mattino, e di cui Prodi e D'Alema hanno atteso l'esito col fiato sospeso.

Una cosa è chiara: la strada della trattativa, in questa occasione non è stata presa in considerazione. «Il problema non si è posto - spiegano fonti di Palazzo Chigi - perché non si trattava di giornalisti o di operatori umanitari, ma di nostri agenti, e il livello dell'attacco era molto diverso». Un'azione di guerra, insomma, cui si è risposto sul piano militare. D'altronde, come spiega il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, «non c'erano alternative» all'atto di forza: «Era una decisione inevitabile. Il pericolo era che i due ostaggi fossero portati altrove, c'era il rischio imminente che venissero uccisi perché ormai si conosceva la natura della loro funzione. Per questo abbiamo autorizzato l'iniziativa proposta dai militari». Secondo D'Alema, è stata la Tv araba Al Jazeera a «diffondere la voce» che si trattava del rapimento di due membri dell'intelligence italiana, «ma anche organi di informazione italiana l'hanno riportata».

«Sono state ore molto difficili», ammette Romano Prodi a cose fatte. Con mezzo governo in trasferta all'Onu e gli occhi del mondo puntati addosso, tra sabato e domenica a Palazzo Chigi si è guardato con terrore al rischio che l'Italia si trovasse di nuovo sotto ricatto, impegolata in un sequestro di ostaggi in Afghanistan, e in uno stillicidio di polemiche interne alla maggioranza sulla natura della nostra missione, sul ritiro delle truppe, sulle concessioni da fare in cambio della liberazione dei due italiani. Anche per questo Prodi, Parisi e D'Alema non hanno avuto «esitazioni», come assicura il premier, a decidere l'azione di forza. Certo il rischio era alto, «e ora siamo molto preoccupati per le condizioni del nostro militare ferito più gravemente», dice D'Alema. Ma comunque «questa vicenda drammatica si è conclusa», aggiunge, anche se resta aperto «l'interrogativo angoscioso» sulla sopravvivenza del sottufficiale italiano. E Prodi esprime pubblicamente «ammirazione e gratitudine» per le forze Nato che hanno condotto «un'operazione complessa, frutto di una cooperazione molto forte tra Paesi amici», che si è conclusa con «una dura sconfitta per i rapitori e un ammonimento per il futuro», che - si spera - fungerà da deterrente per altri sequestri di italiani. Quanto alla missione militare, «questo episodio non ne cambia il ruolo né il senso: non è certo questo il momento per cambiare la nostra politica», taglia corto il premier rivolto agli alleati della sinistra in sofferenza.