E pensare che c’era il Signor «G»

Uomo di sinistra preferì non schierarsi in girotondi e cortei

Un mese di Gaber. Che cosa volete sia un mese, in confronto a una vita di Gaber.
Milano gli regala questo spicchio di memoria e di celebrazioni, dicesi eventi, sostantivo che non rientra(va) nel dizionario personale del Giorgio. Cinque anni dopo eccoci a parlare, scrivere, riflettere su una persona niente affatto personaggio. Eccoci a usare turibolo e incenso come usi e costumi di questo mondo misero che si rialza a leggere, studiare e capire chi se ne è andato, dopo averlo appena sfiorato, a volte evitato, addirittura trascurato. Del resto Giorgio Gaber stava sul palcoscenico soltanto a teatro mentre altri, in contemporanea e dopo di lui, frequentano qualsiasi tipo di tavolaccio, per rendersi visibili, facce più che teste, corpi più che esistenze.
Gaber, dunque, torna nei discorsi milanesi, gli intellettuali, non so bene che cosa questi siano, si occupano dell’artista che aveva però un difetto: pur essendo, di coscienza e di fede, uomo di sinistra preferì non schierarsi nei girotondo, nei cortei, nelle manifestazioni di piazza e di via, confuso nel tutto, cioè nel nulla, scegliendo invece una sana, coerente, limpida partecipazione (la libertà non era forse questo?) impegnata, seria, mai seriosa.
Milano gli riserva il tributo, la Fondazione che porta il suo cognome d’arte, è stata una vittoria fortemente inseguita e voluta da Ombretta e Dalia, moglie e figlia e da Paolino Dal Bon che dietro a un sorriso bonario ha saputo mettere assieme tormenti, sacrifici, sofferenze, infine idee e progetti. «Venti» contrari, più che «eventi» favorevoli, la Colli è di destra, Dalia è una manager interessata, Dal Bon idem come sopra, le cose maligne del Paese procedono così ma alla fine Gaber ha vinto, resta l’eco della sua voce profonda, lontana, intensa.
Chi aveva la facoltà di chiamarlo sul telefono portatile riceveva, dalla segreteria telefonica, una risposta agghiacciante, proprio scandita dalla voce cavernosa di cui sopra: «Gaber! Lasciare messaggio!» cosa che però non sempre si realizzava considerato il tono di risposta appunto, il rispetto e la riverenza che le si doveva. In questo mese, dal ventinove di ottobre sino all’ultima settimana di novembre, c’è una buona occasione di riascoltare parole e pensieri di Giorgio e della sua ombra Luporini: «Una bella botta di tristezza il Luporini ce la mette sempre, anche in una copertina!», mi disse Gaber autografando un libretto delle sue mille serate teatrali. Restano, assieme ai testi, alle immagini, ai dvd, ai cd, anche i dischi in vinile che, forse, consegnano una parte «bella», come Porta Romana, di un uomo anche artista o, come preferisco, di un artista soprattutto uomo.
Parlare e scrivere di Gaber non è affatto difficile, come viene sostenuto da qualcuno. È tremendamente difficile, invece, ricordarlo, perché questo sta a significare che ci manca, che l’albero d’ulivo, annoso, attorcigliato, pieno di storia (questo mi veniva agli occhi ogni volta che me lo trovavo di fronte) non è più nel giardino di tutti.
Milano offre l’occasione di sentirne ancora il profumo, di ascoltare il fruscio delle foglie. Intorno alla pianta, vecchi amici, nuovi fans, attori, attrici, interpreti, il mondo che, in molti casi, gli stava lontano. I luoghi dell’arte hanno spolverato sedie e palchi, il teatro Strehler, lo Studio, l’auditorium a lui dedicato nel Grattacielo Pirelli, la sala Pio XII, convegni, tributi, letture, un gaberificio che raggruma una vita lunga di applausi, conclusasi nel silenzio discreto ed elegante, l’ultima notte dell’anno. Mentre fuori c’era la festa, Giorgio si addormentava, sereno. Così, nel brusio di oggi, possa ancora fare.