E un pentito racconta gli interessi mafiosi sui centri commerciali

Il collaboratore di giustizia cita anche l’amministrazione comunale di Roma e Caracciolo, editore di «Repubblica»

nostro inviato da Palermo

Per capire come mai, qua e là nei verbali, escono riferimenti all'editore di Repubblica o alla giunta capitolina di Walter Veltroni, occorre approfondire il filone ribattezzato «interessi mafiosi da 200 milioni di euro attorno al piano commerciale del Comune di Villabate». Una pista che secondo gli inquirenti rappresenta il cuore della maxi inchiesta che ha portato agli arresti (domiciliari) due manager insospettabili interessati - previo accordo con la cosca locale - a un enorme ipermercato: Piefrancesco Marussig e Giuseppe Daghino, dirigenti della società romana Asset Development.
Per la procura sin dall'inizio la «ditta» avrebbe piazzato nell'unità di progetto del Piano personaggi di sua fiducia collocati, però, come consulenti esterni in un'altra srl. Per mandare in porto l'affare, la Asset prese accordi con il non ancora pentito, Francesco Campanella, all'epoca presidente del consiglio comunale e braccio destro del capocosca Mandalà. C'era infatti da superare lo scoglio del frazionamento dei terreni dove doveva sorgere il centro commerciale, c'erano i proprietari che non si mettevano d'accordo, e solo la mafia poteva riuscire nel miracolo. Con Francesco Campanella a far da tramite in uno studio commerciale, la Asset fece l'accordo con un altro futuro pentito, Mario Cusimano, factotum della famiglia di Villabate, tour operator del viaggio transalpino di Provenzano. L'approvazione del Piano ad hoc per superare ostacoli urbanistici (questioni di viabilità) era praticamente cosa fatta perché garantita da Cosa nostra. C'era solo da pagare un obolo per l'interessamento, una tangente da 300 milioni di vecchie lire, poi scontata a 200. Il dirigente Marussig - stando sempre ai verbali d'inchiesta - avrebbe acconsentito al pagamento a patto che il versamento avvenisse estero su estero, attraverso la società Esves di Catania, con sponda della maltese Tlc Innovation & Trade ltd nella banca Hsbc. Come si conviene in questioni serie, di mafia, ci si mise d'accordo per un anticipo da 25.000 euro da far figurare come consulenza «per lo studio di fattibilità inerente alla struttura di telecomunicazione del centro polifunzionale commerciale e d'intrattenimento del Comune di Villabate». La fattura venne intestata a un prestanome qualsiasi di Mandalà, un certo Matteo D'Asaro, che di telecomunicazioni capisce nulla avendo un banco di frutta e verdura al mercato di Villabate. Per quel che racconta il collaborante Campanella, al pagamento ci pensò direttamente Piefrancesco Daghino: «Lo incontrai - dice Campanella ai magistrati - nella sede di Marussig a Roma (...). Marussig me lo presenta come l'anima finanziaria che si occupa più della contabilità della Asset. Me lo presenta anche come consulente dell'amministrazione Veltroni sulle cartolarizzazioni immobiliari (...). Io sollecito il Marussig al pagamento delle somme e lui mi dice: sì, se ne sta occupando lui, è un problema di trovare le somme perché in questo momento non le abbiamo (...). E Daghino: “La prossima settimana sarà fatto il bonifico”, e infatti la settimana successiva avvenne il bonifico».
La questione delle strade fu superata con una riunione all'Anas e l'utilizzo di documenti contraffatti. A luglio 2002 il Piano venne approvato ma la Asset si imbatté nell'improvvisa opposizione della Regione a cui seguì una furibonda battaglia legale sfociata in una prima decisione favorevole del Tar poi stoppata, nel secondo semestre 2005, dal parere contrario dei tecnici del Comune commissariato. Troppi problemi, troppe voci.
«Marussig e la sua società - osserva il gip - nonostante le continue affermazioni per la trasparenza e la legalità, non esitano ad adottare comportamenti di segno totalmente opposto visto che la Asset si vanta di avere un codice etico» approvato «poche settimane dopo aver versato 28mila euro per corrompere funzionari e amministratori di Villabate». Marussig era allarmato - per dirla con il pentito - delle notizie diffuse dalla stampa sugli interessi della mafia per i centri commerciali. E così, mentre Campanella si spacciava per paladino dell'antimafia coinvolgendo in un Osservatorio politici e magistrati, e proponendo addirittura la cittadinanza onoraria per l'Ultimo di Riina «Marussig - insiste Campanella a pagina 305 dell’ordinanza - in un’intervista alla Repubblica diceva che la mafia non l’aveva mai vista e Villabate era tutta tranquillo. Anche questo commissionato perché mi disse che Repubblica era socia nell'operazione. Caracciolo (editore di Repubblica, ndr) è uno degli investitori in questo centro commerciale, a tal punto che non solo Caracciolo gli diede la pagina per fare questa cosa e lo spingeva e gli dava la Repubblica per fare tutti gli interventi, ma lo mise a conoscenza di una lettera anonima che arrivò in procura, ai carabinieri, e Repubblica, di cui si parlava di me, di Mandalà e Cusimano». Quanto a Caracciolo, Marussig ha precisato: «Non è mai stato informato più di tanto della vicenda, però rispetto a questo, ne ho parlato con il fratello, il fratellastro, Ettore Rosboch» suo socio in altre iniziative imprenditoriali. Quanto a Repubblica, il socio del fratellastro di Caracciolo ha finito per prendersela con il cronista Enrico Bellavia che, incontro dopo incontro, gli aveva palesato per tempo tutti i suoi dubbi su Campanella: «Proprio tale modo di comportarmi ha creato un certo raffreddamento dei rapporti tra me e Marussig... ».