E Peter Brook divide Beckett in «Frammenti»

Grande ritorno di Peter Brook nel segno di Samuel Beckett, in scena al Piccolo Teatro Studio con «Fragments», fino al 22 dicembre. Cinque brevi testi, un’ora in tutto: «Rough for Theatre I», «Rockaby», «Act Without Words II», «Neither», «Come and go». Il risultato è uno spettacolo intenso, semplice e poetico che restituisce tutta la forza del drammaturgo irlandese. Sul palco, tre attori di altrettante nazionalità: il belga Jos Houben, la newyorkese di nascita, greca di origine e londinese di educazione Kathryn Hunter, l’italiano Marcello Magni. Tutti membri della compagnia di Simon Mc Burney portano allo spettacolo di Brook la propria esperienza di attori, clown, mimi eccezionali, acrobati del corpo e della parola. In uno spazio essenziale - la pedana cui il regista anglofrancese ci ha in tanti anni abituato - sono gli attori a farla da padroni, abitando lo spazio con i corpi, con la voce e con la straordinaria ironia di cui sono capaci.
Si ride con Brook. Al talento del regista va il merito di aver colto l’inconfondibile humour beckettiano pur nelle sue venature tragiche: «Rough for Theatre I» racconta lo strano duello tra un violinista cieco (Marcello Magni) e un uomo con una gamba sola (Jos Houben) inchiodato alla sedia a rotelle; «Rockaby» è costruito sulle formule ripetute ossessivamente da una donna (Kathryn Hunter) seduta su un dondolo, che qui dondolo non è; «Act Without Words II» parla delle opposte reazioni di due individui (sempre Houben e Magni) raggomitolati in un sacco, vittime di un enorme pungiglione; «Neither» (altro monologo di Kathryn Hunter) è una riflessione sul nulla dell’esistere; mentre in «Come and Go» tre vecchiette (i tre interpreti) si abbandonano insieme ai ricordi.
Presentato inizialmente in francese alle Bouffes du Nord, lo spettacolo è stato poi riallestito in lingua inglese, sfruttando la straordinaria versatilità linguistica dei suoi interpreti. Oggi verifichiamo quanto tutte le etichette attribuite in passato a Beckett – disperato, negativo, pessimista - fossero fasulle. In realtà Beckett tuffa il proprio sguardo nell’insondabile abisso dell’esistenza umana. Il suo humour lo salva - e ci salva - da quell’abisso. Beckett rifugge da dogmi e teorie, che non offrirebbero che pie consolazioni: la sua vita non è stata altro che una costante e faticosa ricerca della verità. Beckett colloca gli esseri umani esattamente dove li vede: nel buio. Li tuffa nell’immensità sconosciuta, mentre spiano dalla finestra se stessi, gli altri, fuori e dentro di sé. Ne condivide le incertezze, il dolore. Il teatro gli dona la possibilità di trovare un’unità, in cui suono, movimento, ritmo, respiro e silenzio si fondano in una sola esattezza. È questo l’imperativo che rivolge a se stesso: un obiettivo irraggiungibile, nutrito dal suo bisogno di perfezione. Così si inoltra lungo quel difficile sentiero che unisce il teatro greco e Shakespeare al tempo presente, celebrando senza compromessi una verità sconosciuta, terribile, spiazzante...
Fragments
Teatro Studio, via Rivoli 2
fino al 22 dicembre
Tel. 8488.00304