E la piazza si mobilita contro Blair

Fausto Biloslavo

da Beirut

I reticolati bloccano gli accessi al centro di Beirut ed i soldati in assetto da combattimento formano un cordone insormontabile con l’appoggio dei blindati alle loro spalle. Dall’altra parte della barricata un migliaio di giovani, non tanti per la piazza libanese, sventolano bandiere con il cedro, simbolo del Paese e urlano «Beirut è libera. Blair vattene». Non è stata accolta bene la visita nella capitale libanese del primo ministro britannico Tony Blair, anche se la protesta, ben orchestrata, ha avuto un peso soprattutto per la presenza delle telecamere, piuttosto che per la reale consistenza della manifestazione.
Il premier inglese è arrivato ieri mattina, accolto all’aeroporto dal primo ministro libanese Fuad Siniora. Un corteo super scortato di ventidue macchine si è diretto verso il palazzo del governo al centro di Beirut, che per l’occasione era blindato dall’esercito.
Di fronte ai reticolati un comitato giovanile, filo siriano, ha dato appuntamento ai manifestanti. Molti studenti innalzano dei cartelli che ribadiscono come Blair non sia benvenuto in Libano. A parte gli insulti gratuiti, il più articolato paragona «Blair, Bush ed Olmert alle tre corna del diavolo». Molti manifestanti portano con loro la bandiera gialla di Hezbollah, ma vengono invitati dai solerti organizzatori della protesta a ripiegare gli stendardi, perché bisogna dimostrare che la manifestazione è trasversale, nazionale e apartitica. Invece arrivano solo i filo siriani, come uno stuolo di belle ragazze, del gruppo del cristiano Frangije, gli sciiti più vicini ad Hezbollah ed Amal, i cui miliziani hanno combattuto contro gli israeliani ed i loro alleati comunisti. Un giovane capellone indossa una maglietta di Che Guevara ed è avvolto in una bandiera libanese con la falce e martello accanto al cedro. «Blair è un signore della guerra. Non abbiamo bisogno del suo aiuto» è convinto Mohammed, un ragazzino di 18 anni con la maglietta dell’Italia per cui aveva tifato ai mondiali. Hassan, un docente, con la barbetta islamica d’ordinanza pone dei dubbi sugli attentati dell’11 settembre, ma condanna il terrorismo includendo ovviamente nella lista Blair e Bush.
La folla si elettrizza in un’ovazione, quando da un palchetto improvvisato viene riproposta dal vivo la voce di Sayed Hassan Nasrallah che minaccia di colpire Tel Aviv se fosse stata bombardata Beirut da parte israeliana. Il leader spirituale degli Hezbollah, Sayed Mohammad Hussein Fadlallah, aveva proposto al governo di considerare il primo ministro inglese «persona non grata».
Non a caso i due ministri libanesi del partito di Allah hanno disertato l’incontro con Blair, che si è intrattenuto a pranzo con Siniora e ha incontrato il ministro degli Esteri Fawzi Salloukh e quello delle Finanze Jihad Azour. Il vero smacco è arrivato dal presidente del Parlamento Nabih Berri, leader del movimento sciita Amal, alleato di Hezbollah. Berri è partito per Ginevra per una visita privata e non ha voluto parlare con Blair della spinosa questione dei due soldati israeliani rapiti dagli Hezbollah, per i quali era stato incaricato di trattare.
Anche la conferenza stampa congiunta di Blair e Siniora è stata brevemente interrotta d alcuni manifestanti libanesi, guidati da una donna, che hanno gridato «vergognati» al premier britannico e srotolato uno striscione sul quale era scritto: «Boicotta l’apartheid israeliano».
Blair ha promesso che la Gran Bretagna aiuterà l’esercito libanese ad addestrarsi ed equipaggiarsi. «Lavoreremo con voi impegnandoci a fornire più mezzi», ha spiegato Blair, nel rispetto della risoluzione 1701 dell’Onu che prevede il dispiegamento dell’esercito libanese in tutto il Paese, compreso il sud che era controllato da Hezbollah. Inoltre Londra «svolgerà pienamente il suo ruolo nella ricostruzione del Libano» ha dichiarato il primo ministro inglese stanziando 40 milioni di sterline (59 milioni di euro) per risollevare il Paese dei cedri dopo 33 giorni di guerra.