E per le piccole imprese l’imperativo è crescere

Il settore consolida la ripresa, ma la globalizzazione esige dimensioni stabili Aumenta sempre più il ricorso ai fondi di private equity e alla Borsa

da Milano

La moda «made in Italy» non perde slancio: e anche le vendite negli Stati Uniti tengono. Ma è troppo presto per affermare che la ripresa è indipendente dal dollaro. Lo sostiene Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, al convegno organizzato con Pambianco sugli scenari futuri della moda e del lusso. «Sebbene il ciclo europeo sia oggi più maturo e meno dipendente da quello americano che in passato - ha detto - il mix di minore domanda degli Usa e di apprezzamento dell’euro avrà un impatto non trascurabile sulle esportazioni».
Tuttavia, anche per il 2008 si confermano, per le imprese italiane della moda, gli andamenti positivi dello scorso biennio, grazie soprattutto alla capacità di diversificare l’export verso i Paesi a maggiore dinamica, in particolare la Russia. Senza dimenticare la Cina, e anche i mercati tradizionali, come quello tedesco, avvantaggiati dall’appartenenza all’area euro. I risultati si giocano, comunque, su due variabili fondamentali: la dimensione e il lusso. Lo studio Pambianco lo dimostra confrontando i margini operativi lordi delle aziende medie (tra 100 e 500 dipendenti) e quelle oltre i 500: più 11,6% contro 17,8%. Lo stesso vale per le aziende di lusso, il cui Mol è del 17,8% contro il 10,8 delle altre imprese del sistema moda.
Dunque per il made in Italy, ha ricordato Carlo Pambianco, l’imperativo categorico resta uno solo: crescere e crescere, attraverso una forte innovazione di prodotto, politiche di marchio e comunicazione, aperture di negozi diretti e accordi di distribuzione. Crescere significa anche salire verso l’alto: modello ideale Versace, passato dalla moda al lusso puro.
Una crescita che deve avvenire quanto più velocemente possibile, perché i tempi del mercato si sono accorciati: ecco l’utilità delle acquisizioni, che consentono di raggiungere rapidamente sinergie utili a tagliare i costi e migliorare i risultati. Tutto questo richiede naturalmente risorse finanziarie, e non sempre gli utili sono sufficienti ad assicurarle. Sempre più spesso, dunque, per sostenere i progetti di sviluppo le imprese della moda ricorrono ai fondi di private equity, tanto che questo tipo di operazioni ha registrato nel 2007 un’impennata: oltre 50 contro le 39 del 2006 e le 32 del 2005. Poi c’è la Borsa, dove nel 2007 sono sbarcate 4 aziende della moda contro le 2 del 2006. Non a caso, due imprese emergenti - Morellato e Yamamay - hanno scelto proprio il convegno per annunciare progetti di quotazione.