E Di Pietro chiese a Cecchi Gori: "Fai un film su di me. Con De Niro"

Megalomane, dite? Ma no. Un Robert De Niro nelle vesti di Antonio Di Pietro in fondo andrebbe anche bene: è pur sempre l’interprete di Toro scatenato o del giovane Vito Corleone nel Padrino. Il problema sarebbe il doppiatore: perché in grado di imitare gli urletti e l’accento abruzzese-molisano nella variante di montagna (la variante marina, invece, ben la conosce Bruno Vespa) ci sono solamente l’insuperabile Neri Marcorè oppure indubbiamente lui, Lino Banfi. Il Tonino nazionale finirebbe ridimensionato come è sempre accaduto ogni qualvolta un comprensibile filo di megalomania l’abbia catturato. Il riscatto del nato umile ha derive imprevedibili, e ricordiamo che stiamo parlando di un uomo che è nato in una masseria dove il bagno interno l’hanno costruito solo nel 1987. Proprio in quegli anni, peraltro, un Di Pietro già milanese andò in crisi perché aveva in previsione una trentina d’invitati a cena (gente importante, politici e imprenditori democristiani e socialisti) ma a Curno aveva una stanza da pranzo troppo piccola. Il piccolo megalomane non si perse d’animo e chiese in prestito al suo amico Gianni Rizzo la villona di Medolago, nel Bergamasco: due piani con ala laterale, piscina, parco secolare, radar sul tetto, fotocellule dappertutto e due Ferrari Testarossa parcheggiate davanti al portone. Un capolavoro del kitsch. Rizzo era un costruttore dalle attività soffuse, aveva una moglie di Bogotà e andava spesso in Colombia: lui e Tonino si erano conosciuti in una discoteca del Bergamasco. Quella sera, a casa sua, c’era anche un amico particolare, Giancarlo Gorrini, quello dei cento milioni, della Mercedes e di infiniti altri benefits. Stiamo parlando di un signore, Gorrini, che di megalomanie se ne intendeva: manteneva la sua scuderia di centocinquanta cavalli (allenati da Ubaldo Pandolfi, lo scudiero di Luchino Visconti) e spendeva dai quattro ai cinque miliardi l’anno,: sicché, nel giorno in cui disse che il megalomane era diventato Di Pietro, il discorso si fece perlomeno interessante. «Gli dissi: ma dove pensi di arrivare, vuoi fare il presidente del Consiglio?». E lui: «Ci sono incarichi istituzionali più importanti». Il presidente della Repubblica? «Ecco, quello è un incarico istituzionale». Gli replicai che era matto, che si era montato la testa. Lui imperterrito aggiunse: «Senti, oramai a me basta dare un semplice calcio, per spostare sette-otto milioni di voti».
Il racconto di Gorrini, giudicato «attendibile» dalla procura di Brescia, fa risalire il suddetto colloquio all’estate 1994. Il punto è che Di Pietro, quando nel 1994 pensava di avere in pugno gli italiani, aveva ragione: il 90 per cento di essi, nel 1993, gli era favorevole, mentre l’anno dopo la percentuale salirà al 95 per cento.
Megalomania, dite? Sì, ma altro che Robert De Niro. Di Pietro, ai massimi del suo consenso e quindi delle possibili aspettative, progettava «il ricomponimento del Pool sotto il Sis, l’anagrafe tributaria, la direzione del Sisde e la ristrutturazione dei Servizi segreti». Parole sue, messe a verbale a Brescia nel 1997. Su Micromega, numeri 3 e 5, auspicò poi una sorta di mondialismo che se la prendeva col sistema di garanzie che inquadra Francia e Germania e Inghilterra tra gli Stati di diritto per definizione, Stati che «si mascherano dietro una facciata di perbenismo del tutto fuori della realtà» questo scrisse nell’auspicare «un diritto processuale europeo unico» visto che «noi abbiamo avuto il coraggio di aprire armadi e lavare i panni sporchi. Altri Paesi, anche occidentali, fanno finta di non conoscere il problema». L’Italia, insomma, doveva essere lo Stato pioniere di una crociata che mondasse le corruzioni del globo terracqueo: un’allucinazione celata nelle pieghe di alcune crociate contro la corruzione. Ma non solo. I progetti di Antonio Di Pietro erano ben altri: «Progetto strategico per il futuro. Completare le inchieste sulla Guardia di Finanza, raccogliere le prove fondamentali sul Gruppo Berlusconi lasciando il proseguimento dibattimentale ai colleghi; il progetto Mani pulite 2: la prevenzione, il Sis, il ricomponimento del Pool sotto il Sis, l’anagrafe tributaria, la direzione del Sisde, la proposta di Cossiga di ristrutturazione dei Servizi segreti; il progetto Mani pulite 3: la ricostruzione, il ricambio della classe dirigente, nuove leggi e nuovi agglomerati politici, la divulgazione di Mani pulite nel mondo». Del fatto che il 2 luglio 1995 Di Pietro in persona abbia reso noto questo «progetto» potrebbe occuparsi una precisa branca della, diciamo, psicologia.
Oggi, in confronto, è megalomania di piccolo cabotaggio: un partito che è lui e solo lui, e gli appartiene per statuto notarile (e così i finanziamenti pubblici) mentre cominciamo a ricordarci il nome di qualche suo collega di partito, finalmente, solo perché è inquisito. O perché ha il suo stesso cognome.