E in politica i sessantenni si sentono il "nuovo" 

Da Montezemolo a Formigoni. Qual è l'età giusta per un politico che aspiri a impugnare le più importanti leve di comando?

Molte circostanze congiurano per rende­re attuale il problema della successione a Berlusconi. Lo rendono attuale, nel colmo di una crisi economica gigantesca, i suoi set­tantaquattro anni; lo rende attuale lo stato di salute fisica e mentale dell’indispensabi­le alleato Bossi; lo rende attuale l’agitarsi sul­la scena pubblica di probabili o possibili del­fini. Come Roberto Formigoni o come Luca Cordero di Montezemolo. Che oppongono alla vecchiezza del regnante la loro vigorosa maturità. In realtà proprio ragazzi non sono nemmeno loro, entrambi hanno passato la sessantina. Ma amano presentarsi come la fresca linfa dalla quale la disseccata pianta della politica italiana trarrà alimento e rigoglio.

Tra i giovani che tanto non lo sono, ma che sembrano addirittura bambini nella loro predilezione per le favole, va messo secondo me Nichi Vendola. Incalzano infine i giovanissimi - come Angelino Alfano o come qualche signora ministra - al cui confronto Tremonti è un matusa e il neo guardasigilli Nitto Palma un rottame. Viene così riproposto al Paese un interrogativo cui è tutt’altro che facile dare risposta. Qual è, per un politico che aspiri a impugnare le più importanti leve di comando, l’età giusta?

La schiera dei giovanilisti è sempre agguerrita e aggressiva. Per ragioni di principio ma anche per motivi personali - se i vecchi non si fanno da parte come riusciranno i meno vecchi a far carriera- molti predicano il cambio generazionale, ci vuole aria fresca, dicono, nel Palazzo, solo così gli ammuffiti rituali d’una politica senescente saranno spazzati via. Sono argomenti, questi, che fanno colpo anche su uno, come me, che dovrebbe aborrirli. La tentazione del largo ai giovani è forte. Ma poi, con lo scetticismo di chi la giovinezza l’ha perduta di vista da un pezzo, ricordo alcune cose. Ricordo che Giulio Andreotti fu, nei governi di Alcide De Gasperi, una quasi imberbe promessa; ma forse era in buona sostanza più vecchio lui del suo protettore, il trentino cui fu consegnata l’Italia quando già aveva sessantaquattro anni (una speranza in più per Montezemolo).

È opinione di tantissimi, me compreso, che De Gasperi sia stato, da veterano della politica ma non del potere, il miglior presidente del Consiglio che la Repubblica abbia avuto. Assieme a lui colloco grandi vecchi della democrazia, citando un po’ a caso. Winston Churchill, Konrad Adenauer, Ronald Reagan. E assegnando ad altra e meno meritevole categoria i grandi vecchi dell’autoritarismo Francisco Franco, Mao, Tito, che tuttavia alla vecchiaia non erano arrivati quando s’erano imposti. La difesa delle capacità di giudizio e che l’anziano acquista per esperienza di vita (ma che possono diventare calcificazione mentale) si fonda dunque su eccellenti argomenti. Ma sarebbe stupido negare o sminuire il fascino - mentale e d’aspetto-della giovinezza.Non fu necessario il raggiungere la tarda età perché un Napoleone, un Cavour (e diciamo pure anche un Mussolini, dotato d’un innegabile carisma e capace di mettere nel sacco l’esperto Giolitti)irrompessero prepotentemente sulla scena. Anche in tempi recenti si sono visti i decolli di esordienti di talento. Come l’ex premier britannico Tony Blair e come l’attuale David Cameron. E poi le speranze deluse, Luis Zapatero in Spagna e Barack Obama negli Stati Uniti.

Sarà una mia maligna sensazione siamo sempre severi verso i contemporanei- , ma non mi pare che gli enfant prodige pullulino nelle camere e nelle anticamere romane. Lo so, i vecchi sono abbarbicati alle poltrone più che l’edera, ma i nuovi virgulti danno anche loro l’impressione di pensare a quello: a una poltroncina o poltronciona cui siano correlati indennità e privilegi vari. La mia conclusione, per quanto riguarda l’anagrafe, è che non contino tanto gli anni quanto le idee, i progetti e la capacità di realizzarli. Ci sono cretini o lestofanti ventenni che tali rimangono strenuamente fino alla soglia della tomba, e onesti servitori dello Stato immuni da tentazioni venali e da manovrette carrieristiche.

Il dramma d’oggi sta a mio avviso nel discredito da cui sono avvolti gli eletti dal popolo. È possibile, anzi è probabile, che tra loro ci siano intelligenze notevoli e doti di carattere ammirevoli. Ma rimangono poco visibili, sono sommerse da un giudizio sommario che nega la sufficienza all’intera dirigenza politica, senza distinzioni di colore. Il recupero dell’economia è arduo, ma non quanto il recupero del prestigio che una classe politica dovrebbe avere e che ha perduto.