E la «povera» Grecia si preoccupa di dissetare il popolo di Tripoli

In arrivo le prime 48mila bottiglie di acqua potabile nella capitale libica, che soffre l'emergenza idrica da una settimana. Un gesto, quello del governo Papandreou, che pare avere il sapore antico di una solidarietà non «pelosa». Così, nonostante la crisi, i greci si sono proposti al posto dei ricchi e potenti padroni d'Europa

Ci sono gocce, nello sterminato mare, che sembrano avere un pizzico di sale in più. Ci sono gesti, nel mondo incattivito, che valgono la redenzione di un'anima. E non sarà certo la fornitura di 48mila bottiglie di acqua potabile a Tripoli a salvare lo spirito greco, capovolgendo in un bagliore d'umanità il destino di «ultimi della classe» d'Europa. Però merita un segno di gratitudine, questo piccolo miracolo di generosità del Paese allo stremo, nel quale si discute ormai apertamente di vendita dei «gioielli di famiglia» agli investitori stranieri, leggi isole incontaminate e persino prestigiose aree archeologiche.
È proprio vero che la solidarietà germoglia meglio in un terreno diventato arido, e tra la gente che soffre. Di fronte alle notizie provenienti dalla martoriata capitale della Libia, dove migliaia di abitanti ora si trovano a fronteggiare un'emergenza idrica, il governo di Georges Papandreu ha cercato di tendere una mano, magari avvolta in un guanto logoro. Domani una delegazione diretta dal segretario di stato agli Affari esteri, Dimitris Dollis, si recherà a Tripoli a bordo di due aerei militari C-130 per cominciare quest'inattesa opera di assistenza: nella stiva custodirà il primo, preziosissimo carico d'acqua potabile. Una manna che pioverà letteralmente dal cielo, per la gran parte dei due milioni di abitanti della capitale libica che soffrono di carenza d'acqua da fine agosto, cioé da quando la città è passata in mano alle forze ostili al colonnello Muammar Gheddafi.
Invece di bombe e missili, invece di esperti militari, i «poveri d'Europa», i greci stravolti dalla crisi economica, hanno saputo riservare per sé l'aiuto più importante. In un certo senso, hanno saputo dare il valore primario a ciò che davvero va messo al primo posto: l'acqua, la vita.
Era stato il primo ministro greco Georges Papandreou, la settimana scorsa durante la conferenza internazionale sulla Libia a Parigi, a proporre per il proprio Paese questo ruolo minimalista eppure di così grande valore simbolico. La fornitura d'acqua agli assetati. Precetto evangelico per nulla svilito dal calcolo di fattibilità cui s'era costretto Papandreou davanti ai ricchi (e interessatissimi agli interessi economici in Libia) colleghi europei. «Possiamo trasportare fino a 175mila metri cubici di acqua ogni dieci giorni, cosa che dovrebbe permettere un aumento del 50 per cento delle riserve di acqua potabile di Tripoli», aveva detto. Nulla a che vedere con i calcoli finanziari che negli ultimi mesi gli sono stati messi davanti dai «potenti» d'Europa, detentori del debito greco e speculatori dei titoli borsistici ateniesi. Numeri non banali, capaci di tramutarsi in vite umane. E di moltiplicarsi, nello spirito di chi è riuscito a conservarlo, come germogli di un mondo che si rinnova. Che rammenta ancora come si fa a dare, anche quando si è ricevuto - dagli altri - così poco.