E Prodi disse: «Via i negri»

Via i negri dall'Italia. Firmato: Romano Prodi. Ma sì, proprio lui, il santo patrono del nuovo Partito democratico: chissà che ne diranno ora i militanti che si sono affrettati a riempire il pantheon piangente con le icone di Nelson Mandela e Martin Luther King. Chissà cosa diranno i cuori puri dell'integrazione a tutti i costi, del multiculturalismo senza se e senza ma, dei cortei arcobaleno perché in fondo, «siamo tutti un po' cinesi, arabi e pakistani». Prodi scriveva proprio così: non aprite le porte ai negri. Diceva proprio: «negri». E domandava: con tutti i problemi che abbiamo dobbiamo aggiungere quelli di una «difficile convivenza razziale»? E poi, ancora, insisteva: «Vogliamo proprio aprire le porte ai lavoratori stranieri» con tutti i disoccupati italiani che ci sono?
Roba che Borghezio, al confronto, è veltroniano. Roba che se la sente, un lumbard della Valbrembana s'iscrive al Partito democratico su due piedi. «Via i negher, chi è che lo dice? Prodi? Ma va? Si chiama Romano, ma l'è dei noster, un brau fiò, quasi quasi lo voto». Roba che oggi sì e no trova spazio, con questi termini, nelle pagine più dure e pure della Padania, in qualche circolo del profondo Nord, nei gazebo dei giovani figli di Alberto da Giussano. Invece no: è proprio Prodi. Ufficiale. Firmato.
L'articolo risale al 19 agosto 1977. Un anno in cui, per la verità, di scemenze se ne sono dette parecchie, e questa è un attenuante per il presidente del Consiglio. Forse c'era un virus quell'anno, un'influenza particolarmente aggressiva nei confronti dei neuroni del cervello che è arrivata fino alle prime pagine del prestigioso Corriere della Sera, dove è stato pubblicato lo scritto prodiano. L'editoriale commentava una notizia ritenuta dal futuro premier del centrosinistra davvero molto preoccupante: a Reggio Emilia erano stati appena censiti 115 lavoratori arabi. Centoquindici, capite? Un dramma nella pacifica terra dell'aceto balsamico. A ripescarlo è stato il settimanale Il Diario, nel suo ultimo numero dedicato al 1977. Titolo della pagina: «Quando il Professore non voleva i negri». Impietoso, per essere un settimanale assai vicino al centrosinistra.
Del resto, come si sa, ognuno in gioventù ha avuto le sue debolezze. Bocca pubblicava scritti antisemiti, Fo dava la caccia ai partigiani, Ingrao diventò «poeta di Mussolini» con una composizione epica sulla bonifica delle paludi pontine: si può forse accusare Prodi per essere stato un po' razzista contro i negri? Suvvia, a parte il fatto che ci sono alti esponenti della cultura progressista che razzisti lo sono ancora oggi, e solo per via del fatto che gli extracomunitari non sanno cuocere il bollito, ma poi tutto sommato cosa c'è di sbagliato in quello che dice Prodi? Tranne l'espressione «negri», che ora non si usa nemmeno più tra i nostalgici del Ku klux klan, il resto è ragionevolezza padana allo stato puro. Verrebbe da dire: una delle cose più sensate che Prodi abbia detto in vita sua.
Certo, a lui forse scoprirsi proto-leghista, bossiano ante litteram, anticipatore delle linee guida dell'ala estremista del Carroccio, messo lì a metà strada tra Boso e il miglior Calderoli, un po' Rauti e un po' Le Pen, non farà piacere. Soprattutto, non farà piacere ai suoi compagni di viaggio del politicamente corretto Partito democratico. Come faranno la prossima volta ad attaccare la Bossi-Fini? Come faranno ad accusarla di essere una legge razzista? Come faranno a demonizzare i cortei che chiedono sicurezza nelle città? Come faranno a dire che desiderare maggiori controlli sugli stranieri significa tradire il sacro principio di solidarietà? In confronto a Prodi, che voleva «chiudere le porte ai negri», la posizione di qualsiasi guardia padana appare ormai come fin troppo moderata.
È vero: tutto cambia col tempo. Anche Rutelli, in fondo, prima di diventare maestro di catechismo, sfidava il Papa tenendo comizi a favore dell'aborto in piazza San Pietro. E non c'è nulla di strano, dunque, se Prodi prima di diventare il leader del partito che promuove integrazione e accoglienza, scriveva: negher fora dai ball. L'unica cosa che sorprende un po' è l'analisi economica che sta sotto a questo profondo pensiero. Il futuro premier, infatti, nel 1977 prevedeva: le imprese non potranno mai dare lavoro insieme ai nostri disoccupati e agli immigrati. La realtà di oggi è sotto gli occhi di tutti: mai stati tanti immigrati, mai stati così pochi disoccupati. Ma che ci volete fare? Come leghista Prodi ha un futuro radioso. Ma sull'economia, si sa, non ci ha mai azzeccato nulla.
Mario Giordano