E Prodi frena Ds e Margherita

Laura Cesaretti

da Roma

Puntuali come la caduta delle foglie in autunno e lo spuntare delle gemme a primavera, ricominciano nel centrosinistra le contorsioni sull’Irak.
Il 19 luglio si vota l’ennesimo rifinanziamento della missione italiana, l’Unione tornerà a votare «no», ma si divide sul come. Ci sarà o no un ordine del giorno della ex Fed riformista (Ds, Dl e Sdi) con la proposta di una exit strategy che si differenzi dalla linea del ritiro immediato e del disimpegno zapateriano? Fino a ieri sembrava di sì, anche perché, come spiega il responsabile economico della Margherita Enrico Letta, questo voto «è la nostra prova generale per quando saremo al governo: è giusto dire di no al rifinanziamento, ma insieme dobbiamo indicare anche una via d’uscita dalla guerra, una nuova strategia della lotta al terrorismo perché quella degli Usa è fallita. Dobbiamo comportarci come se fossimo già a Palazzo Chigi».
Ma ieri è arrivato il colpo di freno, impresso da Prodi: «Non dobbiamo dare l’impressione che il centrosinistra si divide, mentre invece siamo tutti uniti nel votare “no” al decreto del governo», ha ripetuto nelle telefonate ai diversi dirigenti della sua coalizione. A preoccupare il Professore l’immediata minaccia di ritorsioni dell’area radical dell’opposizione, con Verdi e Pdci che annunciano, in caso di documento separato della Fed, di voler presentare un ordine del giorno per il ritiro immediato. E soprattutto gli avvertimenti diretti a Prodi di Fausto Bertinotti: dividersi nel voto «sarebbe irresponsabile», servirebbe solo a marcare «qualche infelice propensione neo-blairiana». E di fronte a una simile scelta, lo stesso leader di Rifondazione non esiterebbe a «trarne un vantaggio tattico», presentandosi alle primarie con il «buon viatico» di essere l’unico rappresentante «limpidamente pacifista». Quercia e Margherita, all’indomani dell’attentato di Londra, avevano fatto trapelare l’esistenza di un «patto» tra Fassino, Rutelli e Prodi per accompagnare il no con un ordine del giorno che spiegasse la linea di futuro governo del centrosinistra, distinguendosi dal pacifismo assoluto. Ma in realtà il Professore non ne era mai stato convinto, anche se aveva dato ai Ds mandato di studiare un testo, e ieri la sua linea più prudente è stata esplicitata da Arturo Parisi, che accusa chi vuole una distinta posizione riformista (in primis Rutelli) di «avere in mente più le sempre presenti elezioni che il governo futuro». E manda a dire a Letta che «l’unica prova di governo che l’Unione deve dare agli italiani è la capacità di prendere decisioni comuni pur muovendo da legittime, naturali e giuste distinzioni». «Noi siamo sulla linea Parisi - annuncia subito il Verde Paolo Cento - si vota no e basta, altrimenti ci si spacca». Così l’ipotesi di un documento sulla exit strategy riformista è rapidamente tramontata, anche se non mancheranno discussioni oggi al tavolo del vertice dell’Unione sulle primarie, dove la questione sarà discussa. Fassino fa sapere che si tenterà di stendere un documento di tutta l’Unione e non solo della Fed e il Dl Fioroni afferma che «il problema non è se presentare o no un documento, ma chiarire che la nostra proposta non è quella del ritiro puro e semplice».