E Al Qaida cerca la rivincita contro il nuovo sovrano

Dopo la morte di Re Fahd il primo desiderio di Al Qaida è dimostrare di essere riuscita a sopravvivergli. A dar retta agli esperti di terrorismo islamico nel regno saudita, le poche cellule di Al Qaida risparmiate dall'offensiva governativa degli ultimi dodici mesi stanno cercando disperatamente di riunire le forze per mettere a segno un attentato durante, o subito dopo, la sepoltura del sovrano. Se non ci riusciranno, significherà che la loro situazione è ancor più compromessa di quanto non si deduca dalla lettura dei siti vicini al terrore islamico. Da mesi questi siti registrano i messaggi di militanti e cellule alla deriva incapaci di mantenere i contatti con la leadership estera e tenuti sotto pressione dalle incessanti operazioni delle forze di sicurezza. Dal 2004 in poi i servizi di sicurezza hanno eliminato uno dopo l'altro tutti i leader succedutisi alla guida della fazione saudita di Al Qaida.
L'ultimo successo è dello scorso 3 luglio quando le forze anti-terrorismo uccisero a Riad, dopo una battaglia prolungatasi per un’ora e mezza tra le abitazioni del quartiere orientale di Rawdah, il marocchino Yoinis Mohammad Ibrahim al Hayar. Yoinis Mohammad aveva preso il comando delle cellule legate ad Al Qaida dopo l'uccisione ad aprile del suo capo Abdul Karim al majati. Ora - stando alle ultime liste di ricercati diffuse dal ministro degli Interni del principe Nayef - non vi dovrebbero esser in circolazione più di una trentina di terroristi. I successi nella lotta al radicalismo armato, dovuti anche alla competizione innescatasi tra il nuovo sovrano principe Abdullah e un ministro degli Interni considerato uno capofila del clan rivale dei sudairi, sono innegabili. Il problema è che le liste di proscrizione del ministero degli Interni tendono a mettere in risalto soprattutto il ruolo giocato dai comandanti stranieri e a minimizzare il ruolo dei "terroristi" locali. Un ruolo che non si limita certo ai gregari, ma trova complicità e aiuti tra le fazioni più estremiste del clero wahabita e persino tra le forze di sicurezza e un esercito spesso sospettati di aver dato appoggio logistico o copertura ai militanti.
Per capire quanto siano diffusi i sentimenti di solidarietà o complicità con i militanti islamici basta ricordare i dati diffusi di recente proprio da fonti vicine al ministero degli Interni saudita. Secondo queste fonti, almeno 2600 sauditi starebbero oggi combattendo in Irak mentre la struttura locale di Al Qaida potrebbe contare su un humus di almeno seimila potenziali sostenitori disposti a fornire coperture o appoggio logistico. Secondo le stesse fonti, Al Qaida starebbe ora pensando di richiamare dai campi di battaglia iracheni i suoi volontari migliori per impegnarli direttamente sul fronte interno. Lo scorso marzo il ricercatore israeliano Reuven Paz scoprì, attraverso ricerche su una dozzina di siti legati al fondamentalismo, che il 61 per cento dei 154 arabi uccisi in Irak e il 70 per cento dei terroristi suicidi proveniva dall'Arabia Saudita. Queste cifre smentite dalle autorità di Riad sono confermate e amplificate dagli studi di Nawaf Obaid, un analista saudita secondo cui i terroristi suicidi andati a morire in Irak si contano ormai a centinaia. Un dato confermato dal sito www.qal3ah.net, che mantiene un'aggiornata statistica degli «arabi martiri in Irak». Una statistica costantemente guidata dai volontari sauditi che con il loro 44 per cento di martiri umiliano siriani e iracheni fermi ad appena il 15 per cento.