E la Quercia si spacca sul partito kennediano

Fusione con la Margherita: D’Alema dice no, Veltroni sì, Fassino non si sa

da Roma

L’Unione sparisce dalle schede elettorali, e torna l’Ulivo. Se la lista unitaria (ma solo alla Camera, perchè al Senato ognuno andrà per proprio conto) è ormai una necessità accettata da tutti, sulla prospettiva futura si continua a dividersi.
Partito democratico come dice Rutelli o riformista come dice Fassino; kennediani o socialdemocratici; De Gasperi o Olaf Palme? Il dibattito è aperto. L’unico tranquillo al momento sembra Romano Prodi, che a questo punto ha la premiership, l’investitura delle primarie, il listone dell’Ulivo in cui candidarsi e forse anche il gruppone cui un domani iscriversi in Parlamento: si stanno studiando escamotage regolamentari per permettere al Professore di iscriversi alla futura federazione di gruppi, e non alle singole botteghe di ds e Margherita, che comunque resteranno aperte sia a Montecitorio che a Palazzo Madama. Gli ulivisti ultrà sono invece più perplessi e incerti sul futuro, e Parisi continua ad avvertire che il listone va bene ma non può essere inteso come «un tram» su cui si sale prima delle elezioni per poi tornare ognuno alla propria casa. Rischio che resta assai concreto, anche perchè nel neo-Ulivo elettorale verrano imbarcati Di Pietro e i Repubblicani della Sbarbati, ma probabilmente anche Mastella. Che di certo a tutto pensa fuorchè a costruire un partito unico con Prodi e D’Alema, anzi annuncia di voler fare una nuova (ancorchè piccola) Dc.
E però l’accelerazione di Rutelli, che rischiava di essere la vittima designata delle primarie ma si è cavato dall’angolo rilanciando per primo la lista unitaria e inventando la prospettiva del «partito democratico», ha messo in subbuglio soprattutto la Quercia. Che si è divisa in vari tronconi a partire dalla leadership: come notava ieri il Riformista, nella stessa giornata di giovedì Veltroni (su Repubblica) ha detto che il partito democratico di Rutelli gli piace molto, D’Alema (sulla Stampa) ha detto che non se ne parla neppure, Fassino (sul Corriere) si è tenuto nel mezzo, dicendo che si deve diventare un po’ kennediani e un po’ socialisti tutti quanti. Nel frattempo, un’ala riformista-dalemiana del partito (il responsabile del Mezzogiorno Barbieri insieme a Caldarola e a Cabras) lanciano la proposta di costituire un’«area socialista» dentro i ds, al grido di «socialisti per sempre» (non moriremo rutelliani, insomma). Mentre la sinistra del Correntone e dell’area Salvi si ricompatta nel «no» alla prospettiva del «partito democratico». «Per essere uniti - avverte Fabio Mussi - non è necessario essere unici. Un solo partito della sinistra sarebbe innaturale, mentre una lista unitaria DS-Margherita per sostenere Prodi è più che possibile. Siamo invece decisamente contrari a far sparire alle prossime politiche il simbolo dei Ds anche perchè questo dato varrebbe per sempre». Per questo Mussi chiede agli uomini della maggioranza della Quercia di non accollarsi «un imprudente sovraccarico di prospettive». Fassino cerca di rassicurare i suoi: «Si tratta di un processo politico che non si realizza in pochi giorni ma che dovrà procedere gradualmente sulla base di un lavoro comune tra diverse forze politiche che ne saranno protagoniste, ciascuna con la propria storia e identità». Niente addio al socialismo, e neppure alla Quercia. Intanto il leader ds prosegue la sua campagna d’immagine da futuro aspirante premier, e oggi debutterà a «C’è posta per te» per incontrare una sua vecchia tata, che ha scritto alla De Filippi una lettera (commovente, c’è da scommetterci) per rivedere l’ex piccolo Fassino che giocò sulle sue ginocchia.