E la questione settentrionale?

Le «questioni» in Italia sono come le emergenze: ne abbiamo per tutti i gusti. C’è, da un secolo e mezzo, la «questione meridionale», e c’è una «questione settentrionale». La prima si alimenta di arretratezze, inefficienze, clientelismi, sperperi (per non parlare dell’imperversante criminalità organizzata); la seconda si alimenta d’insoddisfazione per i ritardi, gli inciampi, l’iniqua famelicità fiscale, le carenze di servizi e di infrastrutture che caratterizzano lo Stato (o piuttosto il modo in cui la classe politica l’ha gestito). Maltrattato dopo l’Unità dalla piemontizzazione, il Sud ha reso la pariglia con un’amministrazione - composta da personale quasi tutto arruolato al disotto della linea gotica - che ha penalizzato o deluso il Nord. Adesso il Paese ha un presidente del Consiglio lombardo e una maggioranza di governo che, con il Pdl e con la Lega, sembra quanto di meglio si possa immaginare per dare ascolto alle istanze “padane”.
Eppure proprio da amministratori locali del centrodestra - Letizia Moratti e Roberto Formigoni anzitutto - si alzano grida di dolore per le incomprensioni di Palazzo Chigi. L’avvio del federalismo fiscale avrebbe dovuto premiare le città e le regioni virtuose. Invece s’è messa mano alla cassa per regalie a Catania in bancarotta e alla sanità laziale sommersa dai debiti. Ognuno, si sa, tira l’acqua al suo mulino. Tuttavia né Formigoni né la Moratti - e nemmeno Penati sul versante del centrosinistra - sono soggetti facili al pianginismo.
Capisco le ambasce di Berlusconi che come leader d’un partito forte dalle Alpi alla Sicilia deve soddisfare esigenze opposte. Poco o nulla c’è da obiettare ai suoi riusciti interventi chirurgici d’urgenza (l’immondizia del napoletano e parallelamente l’Alitalia). Ma a Napoli il governo è ormai quasi di casa, a Milano o alla Malpensa non lo si è visto. Eppure se si vuol mettere riparo ai cedimenti d’un sistema economico italiano in crisi - per riflesso della crisi mondiale - è dalle aree del settentrione che bisogna ripartire, non dalle decisioni prese a palazzo dei Normanni. La ripresa verrà, se verrà, dalla capacità e dall’intraprendenza che il nord sarà in grado di sviluppare. Lo so, anche l’industria settentrionale ricorrerà alla greppia di Stato con le annunciate rottamazioni. Ma almeno si tratterà - dovrebbe trattarsi - d’una boccata d’ossigeno in tempi calamitosi. Questo lo si può ammettere, credo (senza entusiasmo). Non i roboanti proclami federalisti e meritocratici cui non seguono conteggi precisi e credibili, non le mance ai dilapidatori dopo gli inni all’austerità.