E' qui la prima linea della guerra al terrore

È stato un duro colpo
per la strategia di Washington
nel Pakistan e dintorni,
l’anticipazione dei peggiori
timori. Soprattutto per
questo le prime reazioni della
Superpotenza sono pronte
ma in genere caute, consce
comunque della gravità
del momento

È stato un duro colpo per la strategia di Washington nel Pakistan e dintorni, l’anticipazione dei peggiori timori. Soprattutto per questo le prime reazioni della Superpotenza sono pronte ma in genere caute; consce comunque della gravità del momento. Lo dimostrano soprattutto due iniziative: il Pentagono si è precipitato a rassicurare l’opinione pubblica che, quale che sia la situazione politica a Islamabad, l’arsenale nucleare pakistano «è saldamente sotto il controllo deimilitari».

E il dipartimento di Stato ha dato disposizioni all’ambasciata di prendere subito contatto con il leader superstite dell’opposizione pakistana, Nawaz Sharif. Non è un passo da poco se si tiene presente che Sharif, l’ex primo ministro deposto dal golpe di Musharraf, è il leader della Lega Musulmana, un partito vicino agli ambienti religiosi tradizionalisti e in molti casi integralisti. Non era certo lui l’uomo su cui Washington puntava per un ricambio in Pakistan, ma c’è rimasto solo lui e per di più, subito dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, egli ha manifestato l’intenzione di ritirare il suo partito dalle elezioni parlamentari in calendario per l’8 gennaio e ha invitato i suoi potenziali elettori a boicottarle.

Una decisione che avrebbe gravi conseguenze perché ridurrebbe l’auspicato voto a un successo dei candidati più legati al presidente Musharraf, che è stato sì l’«uomo dell’America» nell’ultimo decennio, ma che gli Stati Uniti desiderano che si ritiri nell’ombra per preparare una successione democratica: in questo caso un «cambio di regime». Non è un mistero per nessuno che il candidato preferito da Washington come primo ministro era Benazir Bhutto, contro cui anche per questo si era scatenato l’odio degli integralisti, che l’accusavano di essere la «quinta colonna di Washington », strumento per «consegnare il Pakistan agli americani ». Una volta di più si è riproposto il dilemma: nel Medio Oriente più un leader politico è gradito all’Occidente, più rischi corre: di essere sconfitto nelle urne, travolto sulle piazze o, come era già accaduto in altre occasioni, eliminato fisicamente.

Questa volta è toccato alla Bhutto, e Washington deve decidere in fretta non solo chi appoggiare, ma se vuole che le elezioni si facciano adesso o se non convenga rinviarle. La prima reazione diBush, a caldo, comprende un invito pressante a Musharraf a continuare sulla strada intrapresa e a rispettare gli impegni, cioè ad assicurare che le elezioni si faranno. Importanti esperti in Congresso, invece, invitano la Casa Bianca a sospendere tutto, compresi gli aiuti militari al Pakistan, e consigliare il rinvio della consultazione elettorale fino a quando non ci saranno garanzie che oggi mancano.Mail problema oggi è l’estensione delle attività politiche emilitari in Pakistan dei talebani e di Al Qaida, che le forze armate regolari non contrastano con sufficiente determinazione.

Il baricentro della «guerra al terrore» si sposta di nuovo: guerriglieri e terroristi da tempo hanno cominciato a trasferirsi dall’Irak in Afghanistan (il che spiega la «quiete » attuale a Bagdad e dintorni) assumendo dimensioni incomparabili. Nel Paese che ha «creato» i talebani prima di esportarli a Kabul, in un Paese di 140 milioni di abitanti, in un Paese dotato di armi nucleari e quindi più pericoloso di quanto non sia stato l’Irak e sia oggi l’Iran. Lo shock si è subito ripercosso nella campagna elettorale americana, a pochi giorni dal primo test in Iowa, presumibilmente a vantaggio dei candidati più «falchi», dunque di Rudolph Giuliani, che potrebbe così arrestare la sua caduta nei consensi, e soprattutto di John McCain, che invece era già in ascesa.

Gli ultimi interventi dei due sono stati dedicati quasi interamente alla «guerra al terrore » e all’accostamento fino all’identificazione dell’assassinio di Benazir Bhutto con la strage a New York di sei anni fa. Anche in campo democratico c’è chi è saltato sull’occasione: Hillary Clinton per rilanciare la propria immagine di persona esperta, collaudata nelle crisi. A differenza dei suoi rivali più giovani e idealistici, come Barak Obama.