E il Quirinale avverte Palazzo Chigi: dovete farcela senza senatori a vita

In una telefonata il capo dello Stato avrebbe manifestato la necessità di una maggioranza politica pur conoscendo le difficoltà dell’esecutivo

Roma - Appena dieci minuti, non di più. La telefonata è breve, «amichevole» e anche «molto franca». Alla cornetta c’è il Professore, che pensa ancora di spuntarla: «Presidente, ci provo». Ma Giorgio Napolitano non gli nasconde le sue perplessità: stavolta serve una fiducia vera, politica. Non basta vincere il braccio di ferro, non basta il sì dei senatori a vita.

Dunque, game over. Per il Quirinale Prodi è un flipper in tilt e non sarà sufficiente una spintarella per rimetterlo in moto. Se non ancora ufficialmente, dopo l’uscita dell’Udeur il governo è virtualmente in crisi. Adesso, per riavviare la macchina, al premier non basta ottenere il voto scontato della Camera e quello sul filo dei numeri di Palazzo Madama. Occorre anche arrivare a quota 158, raggiungere cioè la maggioranza politica che secondo il Colle è il «parametro di valutazione» necessario per andare avanti. Un criterio che non vale per le leggi ordinarie, anche quelle importanti come la Finanziaria, ma che Napolitano, come ha spiegato più volte, considera indispensabile per la nascita di un nuovo governo o per in caso di rinvio alla Camera di un esecutivo dimissionario.

Il gabinetto Prodi, formalmente, non rientra in queste fattispecie citate anche recentemente dal Quirinale: non si è dimesso, non è stato battuto da un voto di sfiducia, non è stato nemmeno rimandato alle Camere dal capo dello Stato. Eppure, viene fatto notare, il governo è in piedi, appunto, solo formalmente. È uscito un partito, ha perso un pezzo. Se pure domani la dovesse sfangare, che respiro potrebbe avere? Napolitano in queste ore è costretto a restare in silenzio, ma registra le prese di posizione e i malumori sulla strategia oltranzista del premier che arrivano «da tutte e due le parti politiche».

Ma per il momento il presidente si deve accontentate di «costanti contatti» e di «un’attenta osservazione» di quanto sta succedendo. Finché il premier non sale sul Colle, lui non può intervenire. Fin quando la competenza resta del Parlamento, lui non può avere alcuna iniziativa. Anche perché il «dopo» dipende da quanto è battagliato il «prima». Le varie scelte, il reincarico, il governo istituzionale o lo scioglimento, possono essere prese solo a bocce ferme. Così per ora tace. Un silenzio che interromperà oggi, quando parlerà alle due Camere riunite a Montecitorio in seduta comune per le celebrazioni dei sessant’anni della Costituzione.

Napolitano leggerà un intervento che sta preparando da tempo, sorretto, raccontano i suoi consiglieri, da un lungo e paziente lavoro di documentazione, di rilettura dei testi fondamentali, di studio dei lavori parlamentari dell’epoca. Verrà fuori, dicono, un testo molto attento e calibrato. Forse il capo dello Stato terrà conto degli ultimi sviluppi ma sicuramente vuole evitare che, alle porte di una crisi, l’intervento venga strumentalizzato da una parte o dall’altra. Il presidente parlerà perciò della validità della Carta ma anche dei suoi acciacchi, ripeterà che è come una bella donna ancora piacente che ha bisogno di un piccolo lifting, di qualche ritocco per restare al passo con i tempi.

Conservati e rivalorizzati i principi base, le modifiche e gli aggiustamenti che devono riguardare la seconda parte della Costituzione. E tra le cose da cambiare, già da molto tempo Napolitano indica il sistema elettorale: la legge attuale, per quasi unanime ammissione, non garantisce stabilità di governo. Ma questo forse sarà l’argomento delle consultazioni che potrebbero aprirsi a fine settimana. Il capo dello Stato, prima di rimandare tutti alle urne, vorrebbe far cambiare la legge. Se però la maggioranza delle forze politiche convocate allo Studio alla Vetrata gli chiederà di andare subito il voto, dicono sul Colle, non sarà il presidente a fare forzature.