«E raccontano storie senza provare a capire il mondo»

Resterà inascoltato, ma almeno Filippo La Porta ci ha provato. Critico letterario insofferente e insoddisfatto di una società in cui diminuisce la «Cultura» e aumentano i «consumi culturali», cioè una finta ma confortevole iperculturizzazione di massa fatta di festival, bestseller, mostre-evento «che dà l’illusione di sentirsi problematici, informati, consapevoli di sé, senza esserlo affatto», ha lanciato un appello che è diventato il titolo del suo nuovo pamphlet: Meno letteratura, per favore! (Bollati Boringhieri).
Sottoscrivo. Ma cosa significa?
«Oggi c’è una smania di trasformare qualsiasi cosa in una storia da raccontare. Anche gli scienziati o i giornalisti invece di darci formule o informazioni ci raccontano delle “storie”. Quello di offrire più fiction che realtà sembra l’unico modo per intrigare il pubblico, per dare emozioni. E trovo questa cosa tremenda. Sembra tutto uno spot pubblicitario: ti racconto una storia, ti regalo un’emozione, ti vendo qualcosa. Ecco io di questo tipo di letteratura, fatta peraltro in modo goffo, con una lingua iperletteraria e finta, o “parlata” e falsa, ne faccio a meno».
Infatti è la narrativa di consumo che «va per la maggiore»...
«Sì, una letteratura che vince dal punto di vista delle vendite, ma che perde il suo senso più autentico: ciò porre interrogativi morali su di noi e sulle nostre esistenze, saper dialogare col mondo e con noi stessi... meglio pochi libri a cui chiedere delle ragioni di vita che tanti libri che raccontano il nulla...».
Lei dice «Sì» ad Ammaniti e Veronesi, «No» a tutti gli altri e «Ni» a Siti, Moresco e Saviano...
«I primi due per me sono gli unici autori dotati di un vero talento affabulatorio, che possiedono molti registri e che portano avanti una ricerca sui grandi temi della vita. Moresco lo considero un “semi-fallimento”, capace di scrivere libri mancati ma coraggiosi e con un forte sentimento del mondo contemporaneo, un po’ come il Pasolini di Petrolio. Walter Siti invece è uno scrittore che combatte il trash con il trash: ci racconta sempre la stessa cosa, la società dei consumi e della televisione, ma lo fa così bene da farci capire come questa post-realtà sia fittizia, ed è un’operazione che trovo molto interessante. Infine Saviano: per me ha un’immaginazione più visiva che verbale, è molto bravo a “mettere in scena” la realtà, ma con una lingua troppo referenziale e giornalistica: non ha il passo dei reportage di un Parise o di un Moravia...».
Le sue predilezioni ultimamente sono per i saggi piuttosto che per i romanzi.
«Sì, ma senza generalizzare. In questo momento, in Italia, nella stragrande maggioranza dei romanzi non sento una grossa motivazione conoscitiva e morale. Trovo più gente che scrive per esprimersi piuttosto che - come dovrebbe invece fare la letteratura - per capire. Motivazioni che al contrario riscontro di più in tanta saggistica, che avendo meno esigenze “commerciali” può evitare di dover “intrigare” il pubblico...».
Lei rivendica il diritto a non leggere un libro fino alla fine...
«Non è una regola assoluta, ma è vero che ci sono alcuni autori dei quali possono leggere anche solo dieci o cento pagine per sentirne la “musica”, per capire e apprezzare lo sguardo che hanno sulle cose. E me le faccio bastare. Se lo stile di uno scrittore è tale da diventare uno strumento di indagine del mondo, non ho bisogno di seguire una trama».
Il «neo-noir» italiano?
«Ha prodotto tantissimi titoli, artigianalmente anche pregevoli, come quelli di Lucarelli. Ma nessun capolavoro. Sergio Leone ha importato il western dall’America, lo ha reinventato, e poi lo ha esportato. I nostri giallisti invece di solito fotocopiano più o meno bene materiale americano, senza alcuna reinvenzione».