E il radical chi scivola sul sacco dell'umido

Quel fascista di Alemanno questa volta l’ha fatta grossa: ha colpito gli intellettuali facendo sbattere loro il muso contro uno dei totem del politicamente corretto: la raccolta differenziata dei rifiuti<br />

Quel fascista di Alemanno questa volta l’ha fatta grossa: ha colpito gli intellettuali (inutile aggiungere «di sinistra»: in Italia gli intellettuali sono sempre «di sinistra», e in particolare quelli di Roma sono «de sinistra») facendo sbattere loro il muso contro uno dei totem del politicamente corretto: la raccolta differenziata dei rifiuti. Un mito dell’ecologismo, dell’ambientalismo, dei nemici dell’effetto serra e del buco nell’ozono.

L’intellettuale «de sinistra» - che è poi la riproposizione del sempiterno generone romano, lo stesso che negli anni Trenta si abboffava intorno a Ciano e che negli anni Settanta discettava in salotto di rivoluzione proletaria - abita a Trastevere, ex quartiere popolare, oggi fichissimo. E non ha gradito l’arrivo, a Trastevere, dei sacchi marroncini per la mondezza organica, di quelli blu per la plastica e il vetro, di quelli bianchi per la carta e di quelli grigi per i «non riciclabili». Ditemi voi se dopo aver assolto al proprio dovere civile con una cena in terrazza parlando del rischio-regime, uno deve anche separare il caviale avanzato dai vuoti di Krug.

L’altro ieri sul Riformista Rina Gagliardi ha lanciato il proprio grido di dolore. «Da quando, nel mio quartiere - Trastevere, cuore di Roma - è cominciata la raccolta, appunto, differenziata, la mia vita quotidiana è diventata un piccolo inferno». Intanto per il casino di capire che-cosa-mettere-dove. E poi per le modalità di consegna del pattume a quei pezzenti degli operatori ecologici: «Ah, gli orari: ciascuno di questi sacchi, a giorni alterni, va portato (“esposto”) sulla strada, davanti al proprio portone, un po’ prima delle sette del mattino: e se ti beccano fuori orario, metti alle sette e mezzo, sono multe salate e partacce».

«Credetemi», continua la signora: «la mia vita quotidiana sta diventando davvero cupa». E sì che è sempre stata, dice, «un’ambientalista convinta», e come tale sostenitrice della raccolta differenziata. «In teoria, naturalmente», precisa. «Non ho cambiato posizione», aggiunge, ma sempre «in teoria». È la pratica che rompe le balle. Così anche i progressisti si lasciano andare a quel becero vizio reazionario che è il rimpianto dei bei tempi andati: «Mi è tornato alla memoria», scrive Rina Gagliardi, «il porta-a-porta della mia infanzia. Gli spazzini... si facevano le scale ogni mattina, bussavano a tutte le porte, ritiravano un unico sacco di mondezza, scherzavano con l’esercito di casalinghe con le quali, intanto, avevano costruito vere amicizie, consegnavano un nuovo sacco e se ne andavano stanchi, tra una bestemmia toscana e l’altra, ma, chissà, felici. Era tutto straordinariamente più semplice».
Siccome in un certo milieu la solidarietà è una variabile indipendente, ieri - sempre sul Riformista - è intervenuto a sostegno Chicco Testa raccontando le proprie disavventure con il tetra pack: «Credo di capire - ha scritto - come si senta Rina Gagliardi di fronte alle orribili complicazioni della raccolta differenziata a Trastevere». È proprio vero che soltanto quando si soffre si comprende la sofferenza del prossimo. «Abito anch’io a Trastevere», ha scritto Testa, «e mi sono sentito un perfetto imbecille di fronte alle istruzioni affisse sul portone del mio stabile». Dopo di che cominciano i distinguo: va bene la raccolta differenziata, però c’è modo e modo. Questo, conclude Testa, «non è di sinistra».

Per un certo verso siamo di fronte a un vizio tipicamente italiano, che è quello del «non nel mio giardino», riproposizione in tempo di pace dell’«armiamoci e partite» degli anni ruggenti. È un vizio trasversale, colpisce gli italiani di ogni credo politico. Quello di destra, ad esempio, invoca più galere, ma non nella propria città, e il ritorno delle centrali nucleari, ma non nel raggio di un migliaio di chilometri. Quello di sinistra difende i centri sociali a patto che non siano nel proprio quartiere, e i campi rom, ma non nella propria provincia.
Ma per un altro verso siamo di fronte alla dimostrazione di come dietro a ogni conformismo ci sia sempre un’ipocrisia. Una volta il perbenismo era andare a messa con la famiglia e nascondere l’amante; dare centomila lire in beneficenza e rubare cento milioni al fisco; invocare un esercito forte e pagare una mazzetta per l’insufficienza toracica del rampollo. Oggi per essere perbene devi difendere altri valori e altri soggetti. Ma ogni conformismo nasconde una trappola, che è quella di passare, appunto, dalla «teoria» alla pratica: e la teoria è che la raccolta differenziata è una conquista di civiltà, la pratica è aridatece lo spazzino.

Chissà che cosa succederebbe, ad esempio, se a certi genitori ex sessantottini si presentasse una situazione tipo quella di Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer. Che so, se un figlio presentasse il suo fidanzato o una figlia la sua fidanzata; oppure se il nuovo genero/a venisse dalla Romania. Ci fosse un regista non progressista, potrebbe ricavarne un altro film: indovina chi sviene a cena.