E Reggia lascia la «sua» Cattolica

Questa mattina il commiato ufficiale, ma Verona prova a «riservare» all’ad un posto in consiglio

da Milano

L’amministratore delegato Ezio Paolo Reggia rinuncia alla guida di Cattolica. Il passo indietro, a meno di ripensamenti dell’ultimo istante, è fissato per questa mattina quando il top manager prenderà commiato dal consiglio di amministrazione e dalle prime linee del gruppo assicurativo veronese. L’ordine del giorno è ancora suscettibile di ritocchi ma la poltrona di ad dovrebbe rimanere vacante. La «prima guida» di Cattolica diventerà quindi il direttore generale Giovan Battista Mazzucchelli che lo stesso Reggia ha di recente chiamato al proprio fianco in vista del passaggio di consegne.
Dopo quasi diciassette anni di lavoro, l’uomo che più ha contribuito allo sviluppo «industriale» della compagnia quindi lascia, almeno fino al prossimo autunno. Anche se nel quartier generale di Cattolica resta forte l’auspicio di riservare a Reggia una poltrona del board presieduto da Paolo Bedoni.
Questa mattina sarà probabilmente anche l’occasione in cui l’ad farà il punto del lavoro svolto dagli anni Novanta ad oggi. Più di tre lustri nei quali Reggia prima come direttore generale, più di recente con i poteri di amministratore delegato, ha completamente cambiato il volto di Cattolica. Trasformandola da realtà veronese nel sesto gruppo assicurativo del Paese, grazie a una campagna acquisti mirata, a un’attenta opera di riorganizzazione e a un forte investimento sulla rete commerciale: 1.482 le agenzie a fine 2006 a fronte di 4,5 miliardi di raccolta premi e 160 milioni di utile (11,6 milioni nel 1990). Il primo grande salto dimensionale risale al 2000, quando Cattolica ottiene Duomo dal gruppo Unipol. Mancano pochi mesi alla sfida della quotazione in Piazza Affari cui Reggia spiega gli atout di una cooperativa dove permane tuttora una rigida distinzione tra azionista e socio. Nel 2005 l’accordo con Generali per rilevare UniOne, in mezzo l’asse con la francese Axa e l’intuizione quasi «pionieristica» di scommettere sui margini della bancassurance stringendo accordi sia con la concittadina Popolare Verona sia con le casse di risparmio. Una strategia articolata che porta Cattolica a siglare numerose joint venture mirate sia nel ramo Vita come nel Danni, a partire da quelle con Banca Lombarda (ora confluita in Ubi insieme a Bpu).
La macchina funziona a pieno regime e Reggia giunge a un passo dal convincere De Agostini, attraverso le banche d’affari, a cedere Toro. Quindi le pretese «espansioniste» di Bpvn: il presidente Carlo Fratta Pasini cerca per mesi di piegare le perplessità di Cattolica ma il matrimonio naufraga prima di essere celebrato. La compagnia è circondata da veleni sulla propria solidità finanziaria ma Reggia risponde costruendo un doppio asse con la spagnola Mapfre e Popolare Vicenza: entrambe diventano grandi azionisti di Cattolica che sebbene al momento rimanga una cooperativa è ora protetta da un potenziale «nocciolo duro».