E la Regione cerca di spianare la strada per evitare controlli

Pietro Samperi*

La Regione Lazio sta preparando da alcuni mesi un disegno di legge inteso ad anticipare, alquanto surrettiziamente, l’autonomia amministrativa invocata dal Comune di Roma, con il fine immediato di ridurre a una pura formalità l’approvazione regionale del nuovo Piano Regolatore. Il disegno di legge, su cui torneremo, rivisita le modalità di approvazione dei piani urbanistici provinciali e comunali previste dalla L.R. 38 del 1999, ma sembra voler piuttosto mascherare una norma transitoria, su misura per il Prg di Roma, contenente una procedura intesa soprattutto a evitare il parere del Comitato tecnico consultivo, unica sede di confronto pluralistica rimasta con apporti esterni, e a concludere in tempi brevissimi, sul cui mancato rispetto si può senz’altro scommettere.
Al riguardo, si deve tener presente che le difficoltà che il Comune cita sempre per giustificare i ritardi nell’approvazione dei propri strumenti urbanistici vanno ricercate anzitutto in se stesso. Il nuovo Prg, adottato da quasi tre anni è fermo al Comune per le controdeduzioni alle osservazioni. Spiace fare confronti, ma perché il Prg del 1962 in poco più di due anni fu trasmesso al ministero dei Lavori pubblici, ottenendone l’approvazione, complessa e laboriosa, in meno di un anno? E le osservazioni esaminate, con mezzi più modesti, furono quasi 5.000, poco meno delle 7.000 attuali.
Anche gli strumenti attuativi, che il Comune potrebbe approvare autonomamente, se conformi al Prg, o non lo sono o impiegano inspiegabilmente anni per essere approvati.
Ma il problema è un altro e sembra non si voglia capire. La necessità di verifica degli strumenti urbanistici comunali da parte degli enti sovraordinati non risponde tanto a una pretesa di controlli, verso i quali vi è sempre insofferenza, quanto alla necessità di coordinamento su scala territoriale, assai importante in una realtà come il Lazio a causa della presenza di Roma, le cui caratteristiche metropolitane hanno esteso l’influenza in un territorio che va anche al di là della provincia.
La caratteristica metropolitana delle grandi città è una realtà in tutto il mondo e il modello, che a Roma è ancora estensivo e policentrico, è preferibile a quello, più diffuso altrove, monocentrico e massificato. Ma se lo sviluppo di tale modello avviene spontaneamente e disordinatamente, si perde ogni vantaggio. A tal fine la legge prevede un Piano regionale per le grandi linee dell’assetto, uno provinciale per le ulteriori definizioni e i piani comunali per i dettagli e la disciplina attuativa.
Pur dopo molto ritardo, i primi due tipi di piani sono praticamente disponibili: quello regionale fu adottato dalla Giunta Badaloni nel 1988, riadottato, senza modifiche, da quella Storace, pubblicato e con le osservazioni controdedotte. Quello provinciale fu adottato dalla Giunta Fregosi nel 1998, ma per la timidezza di contenuti, soprattutto per l’area centrale romana, la Giunta Moffa dovette rielaborarlo, senza giungere all’adozione. Dopo quasi due anni, la Giunta Marrazzo che ne ha fatto?
Roma si sta così espandendo nel territorio esterno al Comune senza regole, con ripercussioni negative anche all’interno ed è ormai irrinviabile la pianificazione a questa scala. Il Prg di Roma è invece chiuso in se stesso. È ovvio che i citati strumenti territoriali, che ovviamente fissano regole, sollevino contrasti. Ma il Comune, così come la Regione e la Provincia, cosa stanno a fare?
Altrettanto avviene per la proposta di Testo Unico di legge urbanistica regionale, che la Giunta Storace aveva finalmente messo allo studio per risolvere il problema della massa di leggi e leggine urbanistiche regionali, in gran parte superate. Il compito non fu affidato ad anonimi redattori, ma a una qualificata Commissione di esperti interni ed esterni, presieduta dal professor Sabino Cassese, ora giudice costituzionale. Ma questo Testo Unico, che abolirebbe oltre 45 leggi, redatto in un solo anno, sottoposto poi ad ampie consultazioni e conseguente revisione, giace dal 2003. Perché non si interviene attraverso di esso anziché seguitare con leggine francobollo e transitorie su misura?
(*) Docente di materie urbanistiche all’università La Sapienza