E la Regione toglie l’energia a Ferrania

Il rilancio dell’economia e dell’occupazione in Valbormida, ma anche la razionalizzazione del sistema di trasporto funiviario del carbone in sinergia con le esigenze di sviluppo del porto di Savona-Vado e il progressivo ridimensionamento del contributo pubblico all’esercizio della funivia esistente; il tutto, con l’obiettivo di mantenere l’attuale occupazione e creare altri posti di lavoro, anche attraverso la piena attuazione del piano industriale presentato dalla nuova proprietà della Ferrania: è questo l’impegno assunto, nero su bianco, dai soggetti istituzionali, industriali e sindacali che hanno firmato l’accordo di programma del 13 aprile scorso, dandosi ognuno uno scadenziario preciso. Chi deve fare cosa, insomma, secondo i canoni della legge e del buon senso. Ma come in ogni storia italiana di ordinaria burocrazia (e di politica miope), sull’operazione è calato un silenzio assordante, mentre i protagonisti - in prima linea i titolari della nuova Ferrania, oggi Ferrania Technologies - hanno la netta sensazione di essere stati confinati in una sorta di fortino buzzatiano da «Deserto dei tartari».
Eppure, le garanzie che tutto si sarebbe svolto nei modi e nei tempi previsti (e opportuni) c’erano tutte: a siglare il documento, fra gli altri, c’erano i rappresentanti ufficiali dei ministeri delle Attività produttive, Ambiente, Infrastrutture e Lavoro, oltre a quelli di Regione Liguria, enti locali interessati e scalo savonese, e naturalmente di Ferrania, già nome «storico» nel campo della fotografia, poi via via scivolata in una grave crisi produttiva e infine rilevata dalla Fitra (azionisti l’ingegner Giovanni Gambardella, Marcellino Gavio, le famiglie Malacalza e Messina) con un programma articolato di risanamento e rilancio produttivo e occupazionale. Uno dei primi «adempimenti» previsti dall’accordo del 13 aprile era la realizzazione di una centrale a biomasse da 10 Mw equivalenti, 25 milioni di euro di investimento (totalmente a carico dei privati) per produrre dal 50 al 70 per cento dell’energia necessaria a Ferrania. La centrale - specifica l’intesa - rientra nella programma di «costruzione di impianti di produzione dei energia elettrica mediante l’utilizzo di fonti rinnovabili, da biomasse vegetali», un programma che prevede anche - è sempre l’accordo di programma a stabilirlo - la futura, ma non troppo, «realizzazione di una centrale termoelettrica (carbone/metano) per la produzione di energia della capacità non superiore a 800 Mw equivalenti», anche questa a carico dei privati. Qui si realizza il collegamento con il trasporto del carbone finora a spese dello Stato che finanzia la Funivia con robusti stanziamenti, oltre 8 milioni di euro all’anno: è chiaro, si è sottolineato a suo tempo, che se non si fa la centrale a carbone, il trasporto funiviario resta improduttivo. Le stesse basi dell’accordo di programma, recepite direttamente dal piano industriale della Ferrania, si basano proprio su questo presupposto. Tanto per essere ancora più espliciti: se salta un solo tassello dell’intesa, va a farsi benedire con evidente effetto domino tutto il progetto di rilancio non solo di un’azienda, per quanto importante, ma di un intero bacino produttivo. Che significa: 2mila posti di lavoro, di cui 650 fra diretto e indotto. È a questo punto che si innesta l’esternazione dell’assessore regionale all’Ambiente, il savonese Franco Zunino (Rifondazione comunista): a distanza di cinque mesi dalla firma dell’accordo di programma, Zunino rimette improvvisamente in discussione la costruzione della centrale a biomasse, all’insegna del «quella centrale non s’ha da fare, né domani né mai». Lo fa in una sede non istituzionale, fra amici di schieramento, ma con tutta l’autorevolezza dell’incarico. Ma di fronte agli interrogativi dei soggetti interessati, la Regione diffonde un comunicato di generica conferma delle intese raggiunte a suo tempo (centrale a carbone compresa), e non fa seguire le azioni conseguenti, e cioè il via libera «burocratico» e ufficiale degli impegni assunti e, in particolare, il nulla osta all’impianto a biomasse.
Siamo a questi giorni: Ferrania chiede, sollecita, s’interroga, ma non riceve nessun avviso, né sì né no, per andare avanti! Allora la società decide di ricorrere al Collegio di vigilanza previsto dagli accordi. Che prevedono anche una risposta entro 15 giorni. Ne sono passati 40 e più, e la risposta non è ancora arrivata. Nel frattempo il rilancio, lo sviluppo, la ripresa della Ferrania e dell’intera Valbormida sono fermi al palo. Teatro dell’assurdo, peccato che sia tutto vero.