E «Repubblica» affida il sermone a un cattedratico pluri indagato

I toni sono apocalittici: «Una nazione in via di dissolvimento morale, ormai in balia di una disastrosa deriva di comportamenti». Questa è l’Italia di oggi secondo Aldo Schiavone, giurista e intellettuale di indiscussa fama. Il professore parla dal pulpito di «Repubblica» e sia pure con l’uso del condizionale lancia una geremiade sullo stato del paese che rischierebbe «la completa decomposizione del tessuto civile».
Naturalmente, Schiavone la prende da lontano: parte dalla Controriforma per arrivare al quindicennio berlusconiano e spiegarci a grandi linee il motivo per cui «stiamo scivolando» in una notte sempre più buia. Il tessuto civile, per usare la sua immagine, è lacerato dalle mille vicende di malaffare, corruzione, nepotismo che ogni giorno affollano i giornali. E sono oggetto di tante, tantissime indagini, a loro modo sorprendenti. Perché se ci soffermiamo sugli innumerevoli fascicoli aperti in tutta Italia possiamo fare scoperte imbarazzanti: a Firenze, nel silenzio generale, c’è una doppia indagine che riguarda proprio Schiavone. Sì, proprio il professore che domenica ha descritto dalle colonne del quotidiano romano lo sfacelo del Belpaese. Generalizzare è pericoloso e anche fuorviante, ma Schiavone risulta essere oggetto di almeno due spunti investigativi. Il più grave riguarda addirittura un’ipotesi di peculato, insomma un reato davvero odioso, anche se tutto da verificare. Schiavone, nelle vesti di presidente del Sum, l’istituto italiano di scienze umane dell’Università di Firenze, avrebbe speso in modo non oculato oltre duecentomila euro. O almeno, questa è la convinzione della procura di Firenze, la stessa che ha scoperchiato il pentolone della cricca di Balducci. La procura contesta alcuni viaggi effettuati all’estero e in Italia dal direttore del Sum. E poi cene e macchine prese in affitto, con tanto di autista. Figurarsi: se qualcosa del genere avesse lambito un politico, i giornali, Repubblica in testa, si sarebbero scatenati alzando il sipario sulla nuova Tangentopoli, sui capricci e gli sfarzi dell’indagato in questione. E questo prima di ogni giudizio di colpevolezza o innocenza.
Ma qui ci muoviamo fuori dal perimetro del palazzo. Dunque, Schiavone, dopo aver definito «prive di ogni fondamento» le accuse che lo riguardano, può andare avanti a elencare le anomalie della transizione italiana che poi, stringi stringi, si riducono sempre e solo a Berlusconi. I collegamenti, le suggestioni e i rapporti investigativi rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è sempre la requisitoria di Schiavone sui mali dell’Italia. Intanto, il professore deve difendersi da un altro capo d’accusa, del dicembre 2007: questa volta Schiavone e gli altri cinque componenti del consiglio del Sum avrebbero favorito alcuni docenti amici al momento di assegnare un grappolo di cattedre assai ambite. Questo troncone, in cui si contesta l’abuso d’ufficio, dovrebbe arrivare già oggi al filtro dell’udienza preliminare. Si dirà che l’abuso d’ufficio è un infortunio del mestiere per chi gestisce potere e decide carriere e promozioni. Vero. Verissimo. D’altra parte, anche la gestione familistica dell’università è una piaga endemica, bersaglio degli strali acuminati dei nostri moralisti.
Cosa c’è di vero nelle accuse a Schiavone? Sarà la magistratura a stabilirlo, così come i giudici valuteranno le eventuali responsabilità di Bertolaso, e degli altri indagati nell’indagine-calderone sui Grandi eventi. Ma ci vorrebbe un filo di cautela in più. Anche perché chi punta il dito trova sempre qualcuno pronto a fare la stessa cosa con lui. La prudenza dovrebbe valere sempre, invece funziona a corrente alternata: si applica agli uni e non agli altri, all’Italia dai padri nobili, non all’Italia alle vongole. C’è sempre qualcuno dichiarato colpevole prima ancora di potersi difendere. C’è sempre qualcuno, di solito collocato su un piedistallo rosso, disposto a illuminare le nostre menti ottuse sull’illiceità dei comportamenti, non importa molto se a livello penale o morale, della cricca di turno. E c’è sempre qualcuno pronto a procedere con disinvoltura su questa strada, fino alle estreme conseguenze. Così, ieri, sempre su Repubblica, Giuseppe D’Avanzo ha messo sotto accusa l’intero sistema delle consulenze. «La consulenza- secondo D’Avanzo - non è altro che «una tangente pulita e fatturata» e allora avanti con la galleria, vagamente lombrosiana, dei delinquenti: «il giudice amministrativo» tenuto al guinzaglio della mazzetta, «l’assessore riluttante, il giudice contabile, il pargolo scapestrato del parlamentare, il genero del capo corrente, il procuratore cui si chiede di farsi quietista». Dimentica, D’Avanzo, il barone dell’università.