E REPUBBLICA FINISCE NEL TRAVAGLIO

Tanto tuonò che piovve, dice un vecchio proverbio, banale eppure impeccabile come sono quasi sempre i proverbi. Tanto tuonarono Repubblica, l'Unità, Massimo D'Alema, Dario Franceschini, Antonio Di Pietro, in compagnia scrosciante di País, Times, Guardian e stampa estera in Italia aggregata su terrazza di sinistra pensante, che partorirono un librino di Travaglio. Perché non ce l’hanno detto per tempo che tale spiegamento di forze, che doveva portare a un impeachment, a un G8 disertato, all'ignominia del Bel Paese presso l'opinione pubblica internazionale, sarebbe finito con l'instant book «Papi»?
Uno non sa se sentirsi sollevato alla riprova che non c'era niente di serio se non il fine supremo di contribuire alla dichiarazione dei redditi di Marco Travaglio&C., oppure rivolgere a organi di stampa ed esponenti politici sopra citati, e tanto per settimane agitati, la stessa domanda che ha nobilmente mosso alla scrittura del librino, ovvero «aveva o no ragione il direttore del Tg1 a qualificare le confuse fughe di notizie su ragazze e festini nelle residenze private del presidente del Consiglio dei pettegolezzi che il servizio pubblico televisivo poteva esimersi dall'enfatizzare quotidianamente?». La risposta è sì, di questa immondizia si poteva e si doveva fare a meno. Perché dopo tutte le pagine scritte e le trasmissioni dedicate resta solo un fotografo che per anni ha usato come voleva una zona che doveva essere protetta, e che oggi tuttavia non riconosce per sue alcune immagini annunciate reiteratamente e mai esibite, e un giornalista di molti talenti e soprattutto di disinvolte fonti, tutte al servizio dell'antiberlusconismo, che pubblica un librino privo di qualsiasi novità, rivelazione, prova, nomi e cognomi, insomma il vuoto servito in salsa ambigua, con contorno evocato e non mostrato di chiacchiere di ragazze pon pon che stoiche si negano e di servizi che dovrebbero essere segreti.
«Papi» in una cosa almeno è esemplare, nel far molto rumore sul nulla, proprio come hanno fatto i cronisti giudiziari e i loro direttori trasformati in segugi dello scoop politico, tutti a caccia del Watergate all'italiana. Il metodo è e resta lo stesso, me la canto e me la suono, il trave dell'altro è la mia pagliuzza, la «puttanopoli» barese si ferma sulla soglia della sanità e della giunta di Vendola, su tutto svetta, domina, evocato se non citato, l'incorruttibile Idv, nel senso di partito di Di Pietro. Il metodo infame è sempre lo stesso, nella certezza che qualcuno abboccherà, come qualcuno, il Sunday Times, ha pubblicato come fosse succosa anteprima un capitolo di pura e pessima fiction, nella quale una ragazza che naturalmente non rende nota la propria identità ci racconta un fine settimana a Villa Certosa ricco di descrizioni, episodi e regali in tutto uguali a quelli delle rivelazioni guidate e non comprovate delle scorse cronache. Il Travaglio ci ha aggiunto un finale davvero romantico, la ragazza fugge sdegnata e disgustata, pazienza se dovrà dire addio ai sogni di gloria nel mondo dello spettacolo.
Il Travaglio medesimo, nell'invitare a pensosa lettura di un prodotto ideato, realizzato e editato in una ventina di giorni, si incarica di spiegare che alla base di tutto ci sarebbe la crisi personale del cavalier Berlusconi, quando nell'estate del 2006, perse le elezioni, si trasforma da caimano in mandrillo perché davanti a sé vedeva solo la prospettiva di cinque anni di opposizione, laddove agli italiani è così possibile capire quale finezza di introspezione psicologica animi gli autori. Berlusconi due anni dopo le elezioni tornò a vincerle, e per farlo si suppone che abbia agito un po' più e un po' meglio di un mandrillo, eppure la «deriva», parola di Travaglio, era senza ritorno. Prova ne sarebbe il caso delle telefonate con il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, e pazienza se su quel caso un dirigente ci ha rimesso il posto e poi un magistrato ha deciso diversamente, per Travaglio è solo finito nel dimenticatoio.
Il sapido librino ci dà anche la spiegazione del fallimento del megacomplotto ai danni del presidente del Consiglio. Se non è uscito uno straccio di prova, al di là di comportamenti squisitamente privati sui quali ognuno è libero, se il G8 è stato il successo che è stato, se gli italiani concedono ancora ampio consenso a premier e governo, è perché «se la maggior parte dei media, soprattutto televisivi, oscura del tutto queste vicende, è normale che ciò accada», parole di Travaglio. Ricorderete infatti quanto poco si sia parlato delle foto, dei telefonini, delle ragazze, solo chilometri di inchiostro, ricorderete anche come siano berlusconiani di ferro i direttori di Repubblica, Stampa, Corriere, Unità, Riformista, Manifesto, Messaggero, tg3, Ansa e via elencando la totale mancanza di pluralismo della nostra informazione. Siamo al regime fascista, diciamocelo. Ci salverà Beppe Grillo, con la famosa risata.