E riempire la gavetta non era la «Norma»

La mattina del 20 ottobre 1940, una domenica piovigginosa, il generale Visconti-Prasca, comandante delle forze dislocate in Albania e già concentrate, in massima parte a Koritza, città vicinissima al confine con la Grecia, tenne un discorso alle truppe schierate in un vastissimo spiazzo, in fondo al quale biancheggiava, solitaria, una fabbrica di birra. Il generale, già molto avanti con gli anni ma ancora ben messo, parlò agli alpini della Divisione «Julia», ai fanti della «Parma» e a quelli della «Piemonte» (ex «Peloritana») in tono più paterno che militaresco. Col suo spiccato accento genovese, disse che non bisognava illudersi, quattro mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, che lì in Albania non succedesse niente. \
La mattina del 22 ottobre, martedì, il capitano di sussistenza Andreano Diambri, pesarese, classe 1891, scocciatissimo del richiamo a cinquant’anni, si stava facendo la barba nella sua baracca-alloggio, al centro dei magazzini viveri di Corpo d’Armata dei quali era responsabile. Mentre si stava insaponando, qualcuno bussò alla porta. \
«Cosa c’è?» s’informò il capitano, facendo roteare il pennello sulle guance paffute.
«C’è, sor capitano, che ho dato un’occhiata alla roba per la mensa ufficiali e ho trovato che mancano due casse di spaghetti. Quaranta chili!». \
«Compiliamo subito il modello FM sbarra 2 per la denuncia e lo porti in motocicletta a Jsaia».
Il tenente dei carabinieri Carmelo Jsaia, siciliano, era incaricato del grado superiore e comandava la sezione dell’Arma del Corpo d’Armata. Quando il sergente-maggiore Fanelli, a cavallo della moto Guzzi 500, arrivò alla Sezione, il tenente era alle prese col contadino Ibraim Pasciani di Voskopoja, paesotto a cinque o sei chilometri da Koritza, il quale, gesticolando come un pazzo, raccontava, tramite interprete, quel che aveva provato quella mattina, scoprendo che dal suo orto erano state asportate più della metà delle melanzane. \
«Dice che gli hanno rubato quasi un quintale di melanzane» traduceva l’interprete. «Dice che ha trovato impresse nella terra dell’orto molte impronte di scarpe coi chiodi. \ E che perciò a portargli via le melanzane, durante la notte, devono essere stati tre o quattro militari». \
Mentre l’interprete spingeva fuori il contadino che continuava a blaterare, il sergente maggiore Fanelli si fece avanti col suo modello FM sbarra 2 debitamente compilato, regolarmente timbrato col timbro «ufficio sprovvisto di timbro» e firmato dal capitano Diambri.
«Come mai» osservò il tenente «figli di buona donna come siete, là alla Sussistenza, vi fate fregare la roba? Non sarà mica un lavoretto... in famiglia?».
«Vuol scherzare, sor tenente?» fece il Fanelli, alzando le sopracciglia. «Se fosse come dice lei, mica verremmo qua col modello FM sbarra 2!». \
In quel preciso momento, dall’anticamera dell’ufficio arrivò un vociare confuso. In cui mozziconi di parole italiane si mescolavano a fonemi albanesi.
«Che cazzica succede, là fuori!» strillò il tenente Jsaia. Il vociare si spense, la porta si aprì e un piantone dai capelli rapati entrò spingendosi davanti uno skipetaro grasso, dal faccione sudato e dagli occhi stralunati. \
Il tenente fece chiamare l’interprete, ch’era un barese impiegato da dieci anni alla Garanti Bankasi di Valona, e risultò, nel giro di cinque minuti, che il grassone era un ortolano di Malqui, villaggio a cinque o sei chilometri da Koritza, al quale, durante la notte, qualcuno aveva fregato 60 jedan (chili) di pomodori, già sistemati in tre canestri per portarli al mercato in città. Per di più, quei diska ni kurve (figli di puttana) avevano fatto man bassa di aglio e di basilico. \
E siccome era l’ora del rancio, sparito anche l’appuntato che batteva a macchina i verbali, il tenente restò solo in ufficio a meditare. \
E quei quattro ingredienti rubati negli orti, aggiunti agli spaghetti fregati alla Sussistenza, gli ricordavano, sia pure vagamente, qualcosa di molto familiare. \
Due giorni dopo, nel pomeriggio di giovedì 24 ottobre, il Comando dei Carabinieri Albanesi, impiegati nel servizio territoriale, fece pervenire alla Sezione del tenente Jsaia, per conoscenza ed eventuale competenza, copia di una denuncia presentata dal grossista di generi alimentari Amin Falaki, il cui magazzino la notte precedente era stato alleggerito d’un fusto metallico contenente 25 chili d’olio d’oliva vergine e di cinque forme da due chili cadauna di formaggio pecorino stagionato, senza pepe.
Il capitano Halizoti, dei Carabinieri Skipetari, spiegava che l’eventuale «competenza», aggiunta all’indicazione «per conoscenza», era dovuta al fatto che il Falaki aveva reperito nel magazzino, proprio nell’angolo da cui era stata asportata la merce, una stelletta metallica d'indubbia provenienza militare. \
Il tenente Jsaia lesse attentamente il rapporto dei Carabinieri Skipetari. Poi, cavò di tasca il pezzo di carta e aggiunse l’olio d’oliva e il pecorino agli spaghetti, alle melanzane, ai pomodori, all’aglio e al basilico. Così che gli si precisò, nella memoria, quella certa immagine familiare in precedenza incerta e vaga. \
Saltò a cavallo della sua moto Benelli 350 e andò al Comando di Corpo d’Armata, dove espose al sottocapo di Stato Maggiore, tenente colonnello Ferlito, quella che secondo lui era la situazione, preoccupante dal punto di vista disciplinare oltre che penale, connessa ai furti da varie parti denunciati. \
Il tenente colonnello era di Giarre, fra Catania e Taormina. Capì immediatamente che la supposizione espostagli dal tenente era ben fondata e disse:
«L’operazione d’accertamento bisogna farla. Stamattina stessa, dato l’andamento dei furti. Ma non dimentichiamo che siamo alla vigilia di un’azione che, molto probabilmente, troverà la strada politicamente spianata, ma che, comunque, dovrà svolgersi col massimo ordine, senza cedimenti nel morale della truppa in caso di sorprese». \
Due ore dopo, a bordo di una «mimetica», il tenente colonnello Ferlito e il tenente Jsaia, seguiti da una camionetta di carabinieri, raggiunsero, di sorpresa, la valletta situata fra due groppe del monte Moraves, a cinque chilometri da Koritza. Era lì che la lª e 2ª Compagnia del 2° Battaglione del 1° Reggimento Fanteria della Divisione «Piemonte» (già «Peloritana») avevano i loro attendamenti piacevolmente appartati. \ E proprio nel momento in cui arrivarono il tenente colonnello e il tenente, i fanti cantavano a squarciagola «sciuri, sciuri, sciuri di tutto l’anno», mentre i cucinieri andavano riempiendo le gavette di «norma». Ossia, di spaghetti conditi con fette di melanzana, preventivamente fritte, fiore all’occhiello della cucina catanese. \
Nella valletta del monte Moraves, la roba fregata, qua e là, nelle tre notti precedenti, era arrivata al traguardo delle marmitte. Durissima ramanzina ai due comandanti di compagnia e ai loro subalterni, puniti di arresti in blocco. \ E quattro giorni dopo, lunedì 28 ottobre, quando da Roma arrivò l’ordine di entrare in territorio greco, amnistia dei provvedimenti disciplinari e dell’addebito. «Su con la vita, picciotteddi!».
(5. Continua)